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https://www.cortecostituzionale.it/scheda-pronuncia/2026/25

La Corte costituzionale torna a intervenire sul nodo dei ritardi nel pagamento del Trattamento di fine servizio dei dipendenti pubblici e lo fa con un nuovo monito al legislatore.

Con l’ordinanza n. 25 del 2026, depositata il 5 marzo, la Consulta ha rinviato la decisione sulla legittimità delle norme che prevedono il differimento e la rateizzazione delle liquidazioni, concedendo al Parlamento dodici mesi di tempo per intervenire con una riforma organica.NSM è ANCHE SU WHATSAPP

La disciplina vigente consente infatti allo Stato di pagare il TFS con un forte ritardo rispetto alla cessazione dal servizio e, nei casi di importi più elevati, attraverso più rate distribuite nel tempo. Un meccanismo che può costringere molti ex dipendenti pubblici ad attendere anche diversi anni prima di ricevere integralmente le somme maturate durante la carriera lavorativa , costringendoli, a volte, a rivolgersi agli istituti di credito per ottenere il proprio danaro versato negli anni.

La Corte osserva che questo sistema continua a sollevare seri dubbi di compatibilità con l’articolo 36 della Costituzione, che tutela il diritto del lavoratore a una retribuzione adeguata e tempestiva. Il TFS, ricordano i giudici costituzionali, rappresenta a tutti gli effetti una componente della retribuzione differita e non può essere sottoposto a dilazioni eccessive senza incidere sui diritti fondamentali del lavoratore.

Non è la prima volta che la Consulta richiama il legislatore su questo tema. Già con la sentenza n. 159 del 2019 la Corte aveva evidenziato le criticità del sistema, invitando il Parlamento a intervenire per ridurre progressivamente i tempi di pagamento. Un nuovo richiamo era arrivato anche con la sentenza n. 130 del 2023, nella quale si sottolineava come il differimento delle liquidazioni rappresentasse una misura eccezionale legata a esigenze di finanza pubblica e non una soluzione strutturale.

Secondo la Corte, tuttavia, gli interventi normativi adottati negli ultimi anni non hanno risolto il problema. Le modifiche introdotte si sono limitate ad ampliare la platea dei lavoratori considerati fragili che possono ottenere il pagamento entro tre mesi dalla cessazione del servizio e a prevedere, a partire dal 2027, una riduzione di tre mesi dei tempi di liquidazione. Misure ritenute insufficienti per superare le criticità del sistema.

Nell’ordinanza n. 25 del 2026 la Consulta afferma in modo esplicito che la situazione non può restare invariata. L’eliminazione immediata delle norme contestate produrrebbe infatti l’effetto di rendere immediatamente esigibili tutte le somme maturate dai dipendenti pubblici, con un impatto rilevante sui conti pubblici. Per questo motivo i giudici hanno scelto una soluzione intermedia: rinviare la decisione definitiva ma fissare un termine preciso per l’intervento legislativo.

Il messaggio al Parlamento è chiaro. Se entro un anno non verrà approvata una riforma capace di superare il sistema dei pagamenti differiti e rateizzati, la Corte potrebbe intervenire direttamente dichiarando l’illegittimità costituzionale della normativa vigente.

La nuova udienza è stata fissata al 14 gennaio 2027. Entro quella data il legislatore dovrà dimostrare di aver affrontato il problema, individuando una soluzione che garantisca tempi di pagamento più rapidi e coerenti con i principi costituzionali. In caso contrario, il rischio è che sia la stessa Consulta a cancellare definitivamente un sistema che da anni è al centro delle proteste dei dipendenti pubblici in pensione.

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