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Trentasei anni. È questo il tempo che un agente della Polizia di Stato ha dovuto attendere per vedersi riconoscere un diritto maturato durante il servizio.

Il Tribunale di Rimini, con una sentenza del giudice del lavoro , ha infatti riconosciuto all’ex poliziotto lo status di “vittima del dovere”, condannando il Ministero dell’Interno a corrispondergli i benefici previsti dalla legge: un assegno vitalizio di 500 euro mensili e uno speciale assegno di circa 1.000 euro al mese, per un totale di circa 1.500 euro mensili.

La vicenda risale al luglio del 1990, quando l’agente, allora in servizio al Commissariato di Rimini, partecipò a un’operazione contro l’abusivismo commerciale e la contraffazione. Durante il controllo, conclusosi con l’arresto di un cittadino straniero per resistenza e violenza a pubblico ufficiale, venne violentemente aggredito riportando contusioni al gomito destro, al rachide cervicale, al torace e alla nuca.

Le lesioni furono immediatamente riconosciute come dipendenti da causa di servizio e l’agente ottenne il relativo indennizzo. Ma quel primo riconoscimento non bastò. Per vedersi attribuire lo status di vittima del dovere è stato necessario affrontare un lunghissimo iter amministrativo e giudiziario durato oltre tre decenni.

Nel corso del procedimento, una consulenza tecnica d’ufficio ha accertato un’invalidità permanente del 28%, evidenziando la persistenza dei disturbi e una riduzione della capacità lavorativa. Solo alla luce di questi accertamenti il Tribunale ha riconosciuto il diritto ai benefici economici previsti dalla normativa sulle vittime del dovere.

La sentenza rappresenta certamente una vittoria personale per l’ex agente, ma lascia inevitabilmente spazio a una riflessione: è difficile considerare efficiente un sistema che impiega 36 anni per riconoscere un diritto legato a un episodio avvenuto durante un servizio di polizia e già da tempo riconosciuto come causa di servizio.

Una vicenda che riaccende il dibattito sui tempi della giustizia e della macchina amministrativa italiana. Perché il riconoscimento è arrivato, ma soltanto dopo una vita di attesa: un percorso segnato da perizie, ricorsi e passaggi burocratici che hanno trasformato un diritto in una maratona giudiziaria durata oltre tre decenni.

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