Coronavirus, in Italia sono 85 i poliziotti penitenziari e 54 i detenuti nelle carceri positivi al virus. Nel carcere di UTA, a Cagliari, poliziotti in attesa dell’intervento dell’ATS

“In Italia ci sono complessivamente circa 54mila persone detenute. Gli ultimi dati forniti dall’Amministrazione Penitenziaria ci dicono che sono positivi al virus 85 poliziotti penitenziari e 54 detenuti, quasi tutti  seguiti e gestiti internamente agli istituti. 5 sono i positivi tra i “civili”, ossia appartenenti alle Funzioni centrali.

Non c’è alcun allarmismo circa il “Coronavirus”, dunque, ma richiamo il Ministero della Giustizia ed in particolare il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria a predisporre adeguati interventi a tutela delle donne e degli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria, in servizio nella prima linea delle Sezioni detentive 24 ore giorni, e di tutti gli operatori penitenziari”. E’ l’auspicio di Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE.

Dalla Sardegna Luca Fais, segretario regionale SAPPE della Sardegna, denuncia che “da circa 10 giorni numerosi poliziotti penitenziari si trovano in isolamento fiduciario in attesa di tampone, al fine di sapere se avrebbero contratto o meno il Covid 19, quando possono rientrare in contatto con familiari e conviventi, ma anche quando possono rientrare al lavoro.

Quest’ultimo aspetto potrebbe sembrare di lieve importanza se non fosse che in pieno Covid la Polizia penitenziaria veniva considerata un servizio essenziale, invece ora no, e gli istituti penitenziari possono restare in estrema carenza organica e fronteggiare le esigenze istituzionali con le risorse rimaste. È sicuramente giusto ed opportuno fare ogni tipo di sacrificio per scongiurare ogni tipo di rischio sulla diffusione del virus ma è inammissibile che i poliziotti penitenziari debbano attendere dieci giorni, e chissà quanti altri, prima di effettuare il tampone”.

“Ci risulta”, prosegue Fais, “che il Provveditore dell’Amministrazione penitenziaria, il Direttore del carcere di Uta e lo stesso Dirigente Sanitario incaricato per la struttura abbiano effettuato tutti gli interventi possibili a tutela degli operatori e della struttura, laddove grazie ai dottori Siciliano e Fei, delegati dell’unità di crisi, sono stati fatti rapidamente oltre 500 tamponi, ma non riusciamo a comprendere quale sia la posizione dell’ATS nei confronti dei poliziotti che stanno aspettando nelle proprie abitazioni che qualcuno si accorga di loro.

In altri penitenziari isolani sono stati fatti rapidamente interventi su tutto il personale per presunte  esposizioni a persone infette da Coronavirus, pertanto non si spiega tale differenza. Inoltre ci risultano già pronti una notevole quantità di vaccini anti influenzali che basterebbe assegnarli ai delegati ASL dei penitenziari così da assicurare un rapido intervento per gli interessati.

Pertanto è indispensabile che tutte le figure competenti, unitamente all’ATS Cagliaritana si adoperino in qualsiasi modo al fine di supportare i poliziotti ancora a casa in attesa, da dieci giorni, per effettuare il tampone e riprendere a svolgere le attività sociali, familiari e lavorative”.

Nelle carceri della Sardegna non c’è alcun detenuto positivo mentre sono 7 i poliziotti affetti da Covid 19: 3 a Cagliari, 1 a Nuoro e 3 a Oristano, dove è risultato positivo anche un impiegato delle Funzioni centrali.

Capece torna a sottolineare come “la promiscuità nelle celle può favorire la diffusione delle malattie, specie quelle infettive. Se si considera che un terzo della popolazione detenuta è straniera, autorevoli consessi impegnati nella sanità in carcere, come la SIMSPe, hanno constatato che con il collasso di sistemi sanitari esteri e con il movimento delle persone, si riscontrano nelle carceri tassi di tubercolosi latente molto più alti rispetto alla popolazione generale.

Se in Italia tra la popolazione generale si stima un tasso di tubercolosi latenti, cioè di portatori non malati, pari al 1-2%, nelle strutture penitenziarie ne abbiamo rilevati il 25-30%, che aumentano ad oltre il 50% se consideriamo solo la popolazione straniera”. E ricorda che l’Epatite C è tuttora l’infezione maggiormente presente nella popolazione detenuta in Italia.

Per il SAPPE, dunque, “è indispensabile monitorare costantemente la questione e predisporre ogni utile intervento a tutela dei poliziotti e degli altri operatori penitenziari”.

Roma, 16 ottobre 2020

Dott. Donato CAPECE – segretario generale SAPPE 

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