A quasi quarant’anni dal referendum che portò alla chiusura delle centrali, la Camera riapre il percorso legislativo verso il ritorno dell’energia atomica in Italia.
L’Italia è una delle grandi economie industriali del mondo, membro fondatore della NATO, del G7 e dell’Unione Europea. Eppure, a differenza di altre potenze occidentali come Stati Uniti, Francia e Regno Unito, non possiede armi nucleari proprie e non produce energia elettrica attraverso centrali nucleari. Una situazione che appare quasi paradossale se si considera che il nostro Paese fu tra i pionieri europei dell’atomo civile e che durante la Guerra Fredda ospitò sul proprio territorio numerosi ordigni nucleari statunitensi.
Il voto della Camera dei Deputati del 4 giugno 2026, che ha approvato la legge delega sul nucleare sostenibile con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, rappresenta per molti osservatori il primo tentativo concreto di invertire una scelta politica che dura da quasi quarant’anni.NSM è ANCHE SU WHATSAPP E SU TELEGRAM
L’Italia e il sogno atomico degli anni Cinquanta
Contrariamente a quanto si crede, l’Italia non è sempre stata un Paese ostile al nucleare. Anzi, negli anni Cinquanta e Sessanta era considerata una delle nazioni più avanzate nel settore.
Tra il 1956 e il 1964 entrarono in funzione le centrali di Latina, Garigliano e Trino Vercellese. In quegli anni l’Italia era addirittura tra i primi Paesi al mondo per potenza nucleare installata. L’atomo era visto come il simbolo del progresso tecnologico, della crescita economica e dell’indipendenza energetica.
Il programma nucleare civile italiano nasceva da una necessità strategica: il Paese disponeva di poche risorse energetiche naturali e dipendeva fortemente dalle importazioni di petrolio e gas. L’energia atomica sembrava offrire una soluzione stabile e moderna.
Tuttavia, già negli anni Settanta iniziarono a emergere ritardi, costi crescenti e forti opposizioni politiche e sociali. Il disastro di Chernobyl del 1986 trasformò definitivamente il dibattito pubblico.
Il referendum del 1987 e la fine del nucleare italiano
Dopo l’incidente sovietico di Chernobyl, milioni di italiani iniziarono a considerare il nucleare una minaccia più che una risorsa. Nel 1987 tre referendum popolari portarono all’abrogazione di norme fondamentali per lo sviluppo dell’energia atomica. Pur non vietando formalmente il nucleare, il risultato politico fu inequivocabile: il governo decise di fermare progressivamente tutte le centrali esistenti.
Negli anni successivi gli impianti vennero chiusi e avviati alle procedure di smantellamento. Da allora l’Italia è rimasta l’unico grande Paese industriale europeo ad aver rinunciato completamente alla produzione di energia nucleare pur continuando a importare elettricità prodotta da centrali atomiche francesi, svizzere e slovene.
Un secondo tentativo di rilancio fu compiuto nel 2008-2011, ma il disastro di Fukushima in Giappone provocò una nuova ondata di opposizione. Il referendum del 2011 confermò nuovamente la volontà popolare di fermare il ritorno dell’atomo.
Perché l’Italia non possiede armi nucleari proprie
La storia delle armi nucleari è diversa da quella delle centrali. Negli anni Cinquanta e Sessanta alcuni ambienti militari e politici italiani considerarono seriamente l’ipotesi di sviluppare una capacità nucleare nazionale. Tuttavia il progetto non arrivò mai a compimento. Le ragioni principali furono tre.
La prima fu politica. L’Italia scelse di collocarsi stabilmente sotto l’ombrello strategico degli Stati Uniti e della NATO. Non vi era quindi la necessità di sostenere i costi enormi di un programma nucleare militare autonomo.
La seconda fu diplomatica. Nel 1975 l’Italia ratificò il Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP), impegnandosi formalmente a non sviluppare ordigni atomici.
La terza fu economica e tecnologica. Costruire e mantenere una forza nucleare indipendente richiede investimenti giganteschi, infrastrutture dedicate, vettori strategici e una filiera industriale altamente specializzata. Ciò non significa che l’Italia sia stata completamente estranea al deterrente nucleare occidentale.
Durante la Guerra Fredda il territorio italiano ospitò missili e bombe atomiche statunitensi nell’ambito della strategia NATO. Ancora oggi il nostro Paese partecipa al sistema di “nuclear sharing” dell’Alleanza Atlantica: alcune bombe nucleari americane sono schierate in basi italiane, ma restano sotto controllo degli Stati Uniti. L’Italia quindi partecipa alla deterrenza nucleare occidentale senza possedere un arsenale nazionale indipendente.
Il voto del 4 giugno: un cambio di paradigma
In questo contesto storico assume particolare importanza il voto del 4 giugno 2026.a Camera ha approvato il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile. È importante chiarire un punto spesso frainteso: il Parlamento non ha autorizzato la costruzione immediata di nuove centrali. Ha invece conferito al Governo il compito di predisporre entro un anno il quadro normativo necessario per un eventuale ritorno dell’energia nucleare in Italia.
La delega riguarda:
- realizzazione e gestione di impianti nucleari di nuova generazione;
- sviluppo di Small Modular Reactors (SMR) e microreattori;
- ricerca sulla fusione nucleare;
- gestione dei rifiuti radioattivi;
- sicurezza e controlli;
- coinvolgimento dell’industria italiana nella filiera tecnologica.
Si tratta dunque di un passaggio preliminare, ma politicamente molto significativo.
Il significato simbolico del ritorno al nucleare
Per quasi quarant’anni il nucleare ha rappresentato in Italia una parola politicamente impronunciabile.Il voto del 4 giugno segna invece un cambiamento culturale profondo. Per la prima volta dopo decenni una maggioranza parlamentare sostiene apertamente che il nucleare possa contribuire alla sicurezza energetica nazionale, alla riduzione delle emissioni di CO₂ e alla competitività industriale.
I sostenitori della legge ritengono che le nuove tecnologie siano molto più sicure rispetto alle centrali del passato e che il nucleare possa affiancare le fonti rinnovabili nella transizione energetica. Gli oppositori continuano invece a sottolineare i problemi legati ai costi, ai tempi di realizzazione, alla gestione delle scorie e ai rischi ambientali.
Un Paese che torna a discutere di atomo
L’Italia resta oggi un Paese senza centrali nucleari operative e senza armi nucleari proprie. Tuttavia il voto del 4 giugno rappresenta il primo passo istituzionale verso una possibile riapertura della stagione atomica italiana sul fronte energetico.
Se il referendum del 1987 aveva segnato la vittoria della paura dell’atomo dopo Chernobyl, il dibattito contemporaneo sembra essere dominato da altre preoccupazioni: la sicurezza energetica, la decarbonizzazione, l’autonomia strategica e la competitività industriale.
Per questo motivo il voto parlamentare non può essere letto soltanto come un atto legislativo. Esso rappresenta soprattutto il simbolo di un cambio di prospettiva: il ritorno del nucleare da tabù politico a opzione concreta di politica energetica nazionale.
Una riflessione sulla deterrenza
Il voto del 4 giugno 2026 non apre alcuna strada a un programma nucleare militare italiano. Eppure il ritorno del nucleare civile nel dibattito politico avviene in un contesto internazionale profondamente cambiato. La guerra in Ucraina, il riarmo globale e il ritorno della competizione tra grandi potenze hanno riportato al centro della scena il tema della deterrenza strategica.
“Non a caso, la Marina Militare – nell’ambito degli studi strategici all’orizzonte 2040 e del programma di ricerca ‘Minerva’ con Fincantieri – sta valutando l’inserimento di mini-reattori a bordo delle future unità della flotta, inclusa l’ipotesi di una portaerei a propulsione nucleare. In questo quadro il nucleare non rappresenta soltanto una fonte energetica, ma anche uno degli indicatori della capacità tecnologica e industriale di uno Stato, perché nel XXI secolo, sovranità energetica, autonomia tecnologica e sicurezza nazionale sono sempre più interconnesse.