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A distanza di mesi dalla strage di Castel d’Azzano emergono nuovi elementi che potrebbero contribuire a fare luce sulla pianificazione del blitz costato la vita a tre carabinieri. Come riportato dal Corriere del Veneto e ricostruito anche nel servizio andato in onda sulla tv veronese Telearena, il luogotenente Marco Piffari aveva manifestato, nei giorni precedenti all’operazione, forti preoccupazioni per la pericolosità dell’intervento, ritenendo che il rischio fosse stato sottovalutato.

Le dichiarazioni del sottufficiale sono ora finite al centro di un nuovo fascicolo aperto dalla Procura di Verona, nato dopo l’esposto presentato dai familiari di Piffari per fare piena luce sulle modalità con cui venne organizzata l’operazione. Il procedimento è stato iscritto, allo stato, senza indagati e senza ipotesi di reato.

«È come se avessi un campanello d’allarme»

Da quanto si apprende dal Corriere del Veneto, tre giorni prima del blitz, l’11 ottobre 2025, Marco Piffari si confidò con un’amica che gli stava leggendo i tarocchi. Nel corso della conversazione il luogotenente espresse un forte presentimento.

«È come se avessi un campanello d’allarme che suona dentro di me», avrebbe detto. Secondo il suo racconto, i fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi erano pronti ad affrontare lo sgombero e non avrebbero esitato a reagire. «Hanno già provato tre o quattro volte a sfrattarli e non ci sono riusciti», spiegava, aggiungendo di temere la presenza di armi clandestine e di ordigni incendiari.

Sempre secondo quanto riportato dal quotidiano veneto, Piffari avrebbe detto all’amica: «Te lo dico io che sono pronti, hanno le molotov sulla finestra», mentre la cartomante lo invitava a prestare la massima attenzione, paventando possibili «azioni dissennate» da parte degli occupanti del casolare.

I dubbi sull’organizzazione del blitz

Le preoccupazioni del luogotenente non sarebbero rimaste confinate alla sfera privata. Dagli atti dell’inchiesta emerge infatti che Piffari aveva espresso ai colleghi e ai superiori il timore che l’operazione fosse più complessa di quanto inizialmente valutato.

In una chat WhatsApp creata il 10 ottobre per coordinare il servizio, gli operatori discutevano della possibilità che i Ramponi sorvegliassero l’abitazione a turno, della presenza di un cane e del rischio che potessero aprire le bombole di gas custodite nel casolare. Per questo era stato pianificato un avvicinamento notturno con visori e senza torce.

Secondo alcune testimonianze raccolte dagli investigatori, Piffari avrebbe anche evidenziato la necessità di impiegare un numero maggiore di uomini e di acquisire un parere del Gis, il Gruppo di intervento speciale dell’Arma. Dai verbali emerge inoltre che il reparto avrebbe suggerito di interrompere l’operazione al primo gesto dimostrativo da parte dei Ramponi e di avviare immediatamente una trattativa.

La strage e il nuovo filone d’indagine

Nella notte del 14 ottobre 2025, circa quindici minuti dopo l’avvio delle operazioni di sgombero e perquisizione, Maria Luisa Ramponi avrebbe innescato l’esplosione che devastò il casolare.

La deflagrazione costò la vita ai carabinieri Marco Piffari, Valerio Daprà e Davide Bernardello e provocò numerosi feriti tra appartenenti all’Arma, alla Polizia di Stato e ai Vigili del fuoco. I fratelli Franco, Dino e Maria Luisa Ramponi sopravvissero all’esplosione e sono oggi detenuti, in istituti penitenziari diversi, con l’accusa di strage, detenzione di esplosivi, resistenza e minaccia a pubblico ufficiale.

Il nuovo fascicolo aperto dalla Procura dovrà ora chiarire se le preoccupazioni espresse da Piffari e da altri operatori siano state adeguatamente valutate nella pianificazione dell’intervento. L’obiettivo dell’esposto presentato dai familiari del luogotenente è verificare se vi siano state eventuali criticità organizzative o responsabilità ulteriori rispetto a quelle già contestate ai tre fratelli Ramponi.

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