Storie da vecchie caserme dismesse

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Un tuffo nel passato quello proposto da  Luca Quaresmini. Fatti occorsi moltissimi anni fa in alcune caserme del bresciano che in parte rievocano comuni storie di “Leva Obbligatoria”

Luca Quaresmini  per Popolis

Brescia: metti un carro armato in piena estate, manovrato in tempo di pace, durante gli anni della leva obbligatoria, in una caserma adibita a quello stretto ambito militare che coesisteva tra i vari quartieri della città dove si erigeva, nel suo complessivo dispiegamento urbano, ad enclave chiusa ed invalicabile.

Stavolta c’era scappato un ferito grave. L’evento, se lo si vuol riconoscere, riporta a quando, a Brescia, erano attive alcune caserme, tuttora note nei loro nomi, nel senso che, anche oggi seguitano ad apparire strutturalmente contingenti nelle loro sedi, ma convertite in utilizzi o totalmente differenti, rispetto alla loro natura originaria, o del tutto abbandonate, al punto che, in un caso o nell’altro, risultano di fatto demilitarizzate.

https://www.popolis.it/quando-le-caserme-erano-vive/Anche nel caso dell’enorme “caserma Papa” ,voluminoso spettro di sé stessa, fantasma di un tempo legato ai suoi vibranti trascorsi istituzionalmente consacrati all’esercito dal cui utilizzo è stata dismessa nello spazio abbondante e più di una generazione intercorsa da tale disimpegno effettivo ad oggi.

Tanto per una possibile immedesimazione nei giorni esemplificativi di quando tale caserma, dedicata al generale alpino di origine desenzanese Achille Papa (1863 – 1917), era operativa, può prestarsi l’eco di quanto, fra l’altro, è documentato fra le pagine di cronaca dal quotidiano “Bresciaoggi” del 24 luglio 1979.

Durante un’esercitazione alla caserma “Papa”. Grave un militare travolto da carro armato in manovra. Il soldato sottoposto ad un lungo intervento chirurgico all’Ospedale Civile. Sembra che a causare l’incidente sia stato un guasto alla frizione del mezzo cingolato. Un incidente abbastanza grave è avvenuto ieri pomeriggio in un cortile della caserma “Papa”, mentre era in corso un’esercitazione che vedeva impegnati anche dei carri armati: un giovane militare è stato investito da un “M47” ed ha riportato ferite piuttosto serie.

La dinamica dell’incidente è ancora poco chiara: come succede abitualmente in questi casi, le autorità militari sono molto avare di informazioni quasi che un infortunio in caserma sia fatto che non deve essere portato a conoscenza dell’opinione pubblica (e il rischio, in questi casi, è di ottenere il risultato contrario, cioè un’informazione imprecisa).

Dato certo, comunque, è che il militare ventiduenne Aldo Pendenza, di Poggio Filippo (L’Aquila), ieri pomeriggio, è stato accompagnato d’urgenza all’ospedale civile per essere sottoposto ad intervento chirurgico: è rimasto nella sala operatoria della Seconda Chirurgia oltre tre ore, costretto alle attenzioni professionali del chirurgo per trauma addominale e spappolamento della mano destra. Quanto alla dinamica dell’incidente, sembra che, durante l’esercitazione, il sottufficiale alla guida del “M47” abbia perso il controllo del mezzo in seguito alla rottura della frizione: il carro armato avrebbe effettuato un balzo, travolgendo il militare Aldo Pendenza, che si trovava poco distante. Il giovane è stato subito soccorso dai commilitoni mentre veniva chiamata l’autoambulanza. In serata le sue condizioni davano segni di miglioramento. Incidenti di questo tipo durante le esercitazioni sembra non siano poi molto rari, ma vengono coperti da spesse cortine di “riserbo”: in questi casi funziona “radio scarpa”…”.

Come curiosa coincidenza, ma anch’essa significativa della stabile presenza organizzata dei reparti dell’esercito in città, secondo un distribuito insediamento di composita rappresentatività, la stessa edizione giornalistica riportava un altro fatto che pure può contribuire a gettare luce su uno spaccato di vita militare, in un ambito locale, come, in quei giorni, poteva apparire attuale e confacente a tutto un repertorio caratteristico ad una codifica propria di quello snodo generazionale che era ritmato dai rispettivi arruolamenti della leva, nel correlato servizio dalla durata annuale, andando anche a documentare alcuni aspetti connessi ad un certo tipo di vaccinazione, pure emblematicamente connessa a tale vincolante contesto istituzionale.

La notizia, compromessa ad una data impronta personale, si rifletteva nell’orbita comune a quella disciplina militare con la quale molti giovani dell’epoca si trovavano ad avere a che fare: “Il fatto alla Ottaviani. Due mesi all’artigliere per una libera uscita. Il tribunale militare di Verona lo ha condannato per “disobbedienza”; avrebbe dovuto restarsene in branda. E’ stato processato e condannato a due mesi con la condizionale dal tribunale militare di Verona l’artigliere della “Ottaviani”, Angelo Baraggiani, accusato di disobbedienza (art. 173 dell’abolendo codice penale militare di pace) per avere tentato di recarsi in libera uscita, pur essendo a riposo, dopo la vaccinazione “Tabt”, l’antitutto cui vengono sottoposti i militari di leva.

L’episodio, in sé irrilevante, avrebbe potuto essere considerato una mancanza disciplinare, ma i superiori dell’artigliere hanno ritenuto, prima della fine del periodo di leva, dargli l’opportunità di guadagnarsi un condanna penale. Il fatto risale alla fine del marzo scorso. Il medico aveva prescritto all’artigliere Baraggiani, che è originario di Villa Salentina (Salerno) , il riposo in branda per i disturbi che possono derivare dalla vaccinazione Tabt.

Il giovane, però, si era rimesso in forze prima di sera e non aveva resistito alla tentazione di usufruire ugualmente della libera uscita. Forse qualche appuntamento fuori, così importante per i militari sbalzati da una parte all’altra della Penisola, per un più incisivo lavaggio del cervello, allontanati dagli affetti familiari in attesa di ritornare ai posti di lavoro lasciati vuoti.

L’ufficiale di picchetto scopriva il tentativo del soldato e lo rispediva alla branda forzata. Non appena, però, l’ufficiale tornava in ufficio, l’artigliere Baraggiani ci riprovava, ma veniva scoperto. Il giovane – ormai prossimo al congedo – si attendeva una punizione disciplinare, ma, nel frattempo, veniva fatto partire per la Sardegna, dove si teneva un campo di istruzione. Intanto, arrivava alla Procura militare di Verona – che le gerarchie della “Ottaviani” avevano investito del caso – il provvedimento che disponeva l’arresto del Baraggiani, che, al ritorno dalla Sardegna, si vedeva scattare le manette ai polsi.

Veniva spedito a Peschiera dove restava in carcere quindici giorni. Aveva ottenuto quindi nella seconda metà di aprile, la libertà provvisoria, ed era stato inviato, in attesa del processo – fissato a Verona nei giorni scorsi – alla caserma “Perucchetti” di Milano.

Qui, il 3 luglio scorso è arrivato, finalmente il congedo, ma l’artigliere in congedo è stato trattenuto in servizio per “recuperare” ( ma a quale titolo? Mica si trattava di punizione disciplinare….) i quindici giorni scontati a Peschiera. Nei giorni scorsi il processo: la libera uscita è costata all’artigliere Baraggiani due mesi di reclusione sospesi condizionalmente”.

Da questa caserma cittadina, d’origine tardo ottocentesca, che l’esercito abbandona nel 1992, un’ulteriore traccia giornalistica, esorbita altrove, corrispondendo ai fatti colti di rimbalzo fra quelli riscontrati in altre località, ma sempre propri di quei giorni accennati, inserendosi nel mosaico della compenetrata sintesi fra la realtà civile e quella militare, nel contestualizzare un breve episodio, circoscritto ad un dato affresco interpersonale, estintosi nei colori stessi che già potevano apparire ridimensionati, in sé, da quella sua evanescente ed estemporanea caratura particolare, attraversata dalla voce del generale Gabriele Starace, alla quale riporta una sopravvissuta stampa di “Bresciaoggi” del 27 luglio 1979:

Un generale ai deputati: “non rompete i coglioni”. Roma – Una frase irrispettosa (“ci avete rotto i coglioni”) del generale Starace a un gruppo di deputati della Commissione Difesa della Camera, in visita alla brigata corazzata “Curtatone e Montanara” di Bellinzago Milanese, sarà oggetto di una relazione del ministro della Difesa Ruffini “convocato” d’urgenza dalla commissione d’appartenenza di deputati oltraggiati.

La relazione del Ministro della >Difesa Rufini parlerà poi di “un malinteso sull’organizzazione della visita e sul suo svolgimento che ha indotto d generale Starace, non responsabile ,delle critiche rivoltegli sull’organizzazione della visita stessa, a ritenere offensive e lesive dalla sua dignità e della dignità di altri generali presenti , alcune frasi  pronunziate dal collega Baracetti, che dalle relazioni pervenutegli appaiono quanto meno non idonee nella forma, nel tono e nella sostanza ad fine della serenità e costruttivi dei rapporti tra Parlamento e forze armate. (Il testo integrale lo puoi leggere QUI)

Il radicale Cicciomessere nel dare notizia dell’invito rivolto al ministro ha detto che se la sua risposta non sarà soddisfacente e non preciserà i provvedimenti disciplinari e giudiziari che saranno presi, presenterà una interrogazione o una interpellanza in modo da dare la massima risonanza alla vicenda. La frase incriminata sarebbe stata pronunciata al termine della visita alla caserma, sulla strada di ritorno che i parlamentari e il generale stavano percorrendo insieme, a bordo di un pullman.

Accanto al generale aveva preso posto il deputato Baracetti. I due cominciano a parlare del decreto che aumenta gli stipendi degli stati e delle categorie militari. Baracetti avrebbe detto che il personale della caserma di Bellinzago era all’oscuro dei contenuti del decreto e che ciò andava imputato all’atteggiamento dei vertici militari restii ad informare la truppa. Starace avrebbe ribattuto prima pacatamente, poi con la frase sopra riportata”.

Articolo a cura di Luca Quaresmini per Popolis

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