11 novembre – 1° Lgt. in pensione PISTILLO Antonio
LA TESI CHE LA RIDUZIONE DELLA TASSAZIONE PREVISTA DAL 2026 PREMIA I PIU’ RICCHI È SEMPLICISTICA
In questi ultimi giorni campeggiano sui quotidiani e diffuse sui siti web le valutazioni di vari istituti e enti come l’Istat, la Banca d’Italia e l’UPB in merito alla riduzione della tassazione per effetto dell’abbassamento della seconda aliquota Irpef dal 35% al 33% per i redditi fino a 200 mila euro, significando che la quasi totalità delle risorse necessarie per l’attuazione della riforma premia i più ricchi e, in particolare, che il risparmio per un operaio è solo di 23 euro annui, mentre per un dirigente di 408 euro.
Tale argomentazione ha corrispondenza nella realtà, ma bisogna tenere conto che, in un meccanismo di tassazione progressiva, ogni diminuzione di aliquota di uno scaglione si riflette anche sui redditi delle fasce superiori. Inoltre, tale valutazione risulta essere superficiale, in quanto deve esser contestualizzata: deve tener conto di tutti i provvedimenti del governo messi in atto al fine di alleggerire il carico fiscale.
Per giunta, non si può tralasciare che per i possessori di redditi superiori a 75 mila euro il risparmio potrebbe essere, in parte o totalmente, sterilizzato in conseguenza di quanto previsto dalla scorsa legge di bilancio, che ha introdotto un limite agli oneri e alle spese detraibili per i contribuenti sopra tale soglia.
Al momento, il governo, con la prima parte della riforma fiscale, ha ridotto da 4 a 3 le aliquote Irpef e dal 2025 ha reso strutturale il taglio del cuneo fiscale fino a 40 mila euro. Due provvedimenti che hanno interessato in modo marginale il ceto medio, penalizzando in particolare i redditi dai 40 mila euro in su, come evidenziato nella tabella a seguire.


Pertanto, essendo l’attuale maggioranza governativa “in debito” col ceto medio, era necessaria un’operazione di riequilibrio della politica di redistribuzione che riportasse l’attenzione su tale categoria. Ciò si concretizzerà attraverso un provvedimento che ridurrà la seconda aliquota Irpef dal 35% al 33% fino ai redditi di 200 mila euro, quindi anche al ceto medio allargato.
La tabella a seguire, specificatamente nell’ultima colonna che mostra la percentuale di aumento sul netto, evidenzia come il provvedimento in discussione abbia bilanciato i vantaggi derivanti dall’insieme delle politiche di sostegno al reddito dell’attuale governo che, tuttavia, vede come maggiori beneficiari i lavoratori con stipendi bassi e medi.

