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La Corte di Cassazione con la sentenza n. 29723/2025, ha confermato la condanna di un sergente dell’Esercito Italiano per vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze armate .

Il militare aveva pubblicato su Facebook espressioni gravemente offensive nei confronti dello Stato e del Governo, utilizzando frasi come “Italia di m…” e “Stato di m…”.

La Corte ha escluso la necessità dell’autorizzazione ministeriale a procedere, prevista per l’art. 290 c.p., ritenendo che la maggiore gravità del reato quando commesso da un militare giustifichi tale differenza. Inoltre, ha precisato che il diritto di critica politica non giustifica l’uso di espressioni gratuitamente volgari o offensive nei confronti dello Stato e delle sue istituzioni.

La condanna a un anno di reclusione militare è stata confermata, riconoscendo le attenuanti generiche prevalenti e i benefici di legge. La differenza di trattamento è giustificata dal ruolo del militare, al quale è richiesto un particolare dovere di fedeltà e rispetto verso lo Stato.

Nella sentenza dello scorso luglio 2025, il legislatore ha ritenuto più grave il vilipendio commesso da un militare perché le sue parole mettono in dubbio la lealtà di chi è chiamato a difendere le istituzioni, generando un impatto maggiore su chi ascolta.

Nel caso esaminato dalla Corte, il reato è stato commesso da un sottufficiale, la cui condotta ha confermato la maggiore gravità attribuita ai militari. Per questa ragione, diversamente dall’art. 290 c.p., non è prevista l’autorizzazione del Ministro della giustizia: la repressione del reato è considerata necessaria e non condizionata a valutazioni di opportunità politica.

La Corte precisa inoltre che il diritto di critica politica, pur se aspra, incontra il limite dell’uso di espressioni offensive, volgari o gratuitamente dispregiative, che non costituiscono critica legittima ma vero e proprio vilipendio. Né l’evoluzione del linguaggio, né l’uso dei social possono giustificare termini che ledono l’onore e il prestigio dello Stato.

Infine, la condizione militare è permanente: il dovere di lealtà e fedeltà verso la Repubblica vincola l’appartenente alle Forze armate anche quando esprime opinioni come semplice cittadino.

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