 17 novembre 2025 1° Lgt. in pensione Antonio Pistillo

Con la sentenza n. 167 del 13 novembre 2025, la Corte costituzionale ha chiarito che il meccanismo di “raffreddamento” della perequazione automatica dei trattamenti pensionistici superiori a quattro volte il minimo Inps, previsto dall’articolo 1, comma 309, della legge n.197/2022 (legge di bilancio per il 2023), non introduce un prelievo di natura tributaria.

Pertanto, non può essere ritenuta illegittima con i principi di eguaglianza tributaria, ragionevolezza e temporaneità di cui agli artt. 3 e 53 della Costituzione, come aveva dubitato la Corte dei conti, sezione giurisdizionale per la Regione Emilia-Romagna che riteneva che tale meccanismo violava l’art. 53 della Costituzione, in quanto avrebbe introdotto “un prelievo coatto” effettuato per recuperare risorse destinate a motivi di finanza generale e disattendeva i principi di ragionevolezza e proporzionalità di cui all’art. 3 della Costituzione per l’illegittima reiterazione di misure che dovrebbero invece essere considerate eccezionali.

La Consulta ha ribadito principi già espressi in precedenti pronunce, sostenendo, in particolare, che la rivalutazione comunque accordata dalla disposizione censurata non configura una decurtazione del patrimonio del soggetto passivo (non è considerata una perdita patrimoniale diretta per il pensionato), nonostante il “trascinamento” nel tempo dei relativi effetti. Infatti, la pensione già percepita viene comunque incrementata, seppure in percentuale più bassa rispetto al regime ordinario di perequazione automatica.

Il non riconoscere che c’è stata una sottrazione del patrimonio del pensionato (diminuzione del valore reale della pensione nel tempo) è certamente la parte meno condivisibile della sentenza, in quanto l’effetto “trascinamento” produce una perdita di potere d’acquisto permanente. Infatti, le riduzioni, accumulandosi nel tempo, comportano perdite significative sia nel breve che nel lungo periodo e colpiscono in particolare le pensioni più alte con percentuali di rivalutazione decrescenti, come svelato in tempi non sospetti con un articolo pubblicato il 7 febbraio 2023.

Tuttavia, la Consulta ha ribadito l’invito già rivolto al legislatore affinché in futuro:

 si tenga conto degli effetti prodotti dalla disposizione in esame, nel regolare la portata di eventuali successive misure incidenti sull’indicizzazione dei trattamenti pensionistici;

 proteggere il regime ordinario di rivalutazione da cambiamenti improvvisi, incidenti in senso negativo sui comportamenti di spesa delle famiglie (cioè che possano ridurre la capacità delle famiglie di pianificare le proprie spese).

Questo è semplicemente l’ultimo atto di vent’anni di penalizzazione dei pensionati, in cui quasi tutti i governi hanno fatto cassa con le pensioni.

Per i pensionati l’anno “nero” fu quello del Governo Monti che nel 2012/13 di fatto azzerò la rivalutazione delle pensioni oltre 4 volte il minimo, penalizzando anche quelle da 3 a 4 volte a fronte di un’inflazione rispettivamente del 3% e 1,2%; dal 1995 non accadeva una così grave penalizzazione per i pensionati, salvo il periodo 1999/2001, quando il Governo Amato rivalutò solo del 30% gli assegni da 5 a 8 volte il minimo e azzerò quelli più elevati a fronte di un’inflazione rispettivamente dell’1,7%, 2,5% e 2,8%.

Negli ultimi vent’anni tutti i governi, con eccezione di quello di Draghi, hanno letteralmente “defraudato” i pensionati con trattamenti sopra 4 volte il trattamento minimo. In sintesi, escludendo gli anni 2022, 2025 e 2026 e quelli a inflazione zero ovvero vicino allo zero, le pensioni sono sempre state tagliate, come dimostrato da tabelle a seguire.

Considerazioni finali

Ovviamente, è nei periodi di alta inflazione che si verifica il danno maggiore (perché l’adeguamento parziale incide di più), mentre se dovessimo fare una valutazione delle scelte politiche di merito, non si può non dire che le peggiori sono state quelle di ridurre l’adeguamento anche nei periodi di bassa inflazione.

Oggettivamente, non era possibile adeguare le pensioni dal 2023 e 2024 alla reale inflazione che avrebbe comportato un costo stimato in solo due anni di oltre 10 miliardi e di 60 per il periodo 2023-2032, anche se si potevano prevedere percentuali un po’ più alte, ma certamente era possibile farlo nelle fasi di bassa inflazione.

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