La vicenda riguarda un appartenente alle Forze Armate che rivendicava il diritto all’esenzione IMU prevista dalla legge. Dopo aver perso in due gradi di giudizio, il Comune ha rinunciato al ricorso in Cassazione, determinando l’estinzione del processo e la condanna alle spese.
Si è concluso con un passo indietro del Comune il lungo contenzioso tributario che ha visto contrapposti un appartenente alle Forze Armate e un’amministrazione comunale in merito all’applicazione dell’esenzione IMU prevista dalla normativa speciale per il personale militare.
La vicenda, durata diversi anni, rappresenta l’ennesimo esempio di come una controversia tributaria possa protrarsi fino alla Corte di Cassazione, nonostante il contribuente avesse già ottenuto ragione nei precedenti gradi di giudizio.
La richiesta di esenzione
Il protagonista della vicenda, militare in servizio permanente, era proprietario di un unico immobile ad uso abitativo, non di lusso e non concesso in locazione.
Già nel 2013 aveva comunicato formalmente al Comune il possesso dei requisiti previsti dalla normativa per beneficiare dell’esenzione IMU riservata al personale delle Forze Armate. Per evitare costi inutili, aveva inoltre sospeso le utenze dell’abitazione, precisando che l’immobile era libero e non utilizzato.
Nonostante ciò, aveva versato la seconda rata IMU, chiedendone successivamente il rimborso. Il Comune, dopo anni di istruttoria, aveva respinto la richiesta.
Il Comune insiste: arriva anche l’accertamento
La controversia non si è fermata al diniego del rimborso.
Nel 2020 l’amministrazione comunale ha notificato un avviso di accertamento relativo all’IMU 2015, sostenendo che il militare non potesse beneficiare dell’esenzione.
Secondo il Comune, infatti, un’abitazione priva di utenze e dichiarata non utilizzata non avrebbe potuto essere assimilata all’abitazione principale, nemmeno nell’ambito della disciplina speciale prevista per il personale delle Forze Armate.
Due vittorie del contribuente
Il contribuente ha impugnato l’accertamento davanti ai giudici tributari, ottenendo una prima vittoria.
La Commissione Tributaria Provinciale ha infatti annullato l’atto, evidenziando come la normativa speciale deroghi ai requisiti ordinari della residenza anagrafica e della dimora abituale previsti per l’abitazione principale.
Il Comune ha però deciso di proseguire il contenzioso proponendo appello.
Anche la Corte di Giustizia Tributaria di secondo grado ha confermato integralmente la decisione favorevole al militare, affermando che la legge non richiede il mantenimento delle utenze attive né l’effettiva permanenza nell’immobile. È sufficiente che si tratti dell’unico immobile posseduto, che non appartenga alle categorie catastali di lusso e che non sia concesso in locazione.
Il ricorso in Cassazione
Nonostante le due pronunce sfavorevoli, il Comune ha portato la questione davanti alla Corte di Cassazione.
L’amministrazione sosteneva che la disciplina agevolativa dovesse essere interpretata restrittivamente e che, pur essendo esclusi i requisiti della residenza e della dimora abituale, dovesse comunque esistere una concreta possibilità di utilizzo dell’immobile.
In particolare, riteneva che la sospensione delle utenze dimostrasse l’inutilizzabilità dell’abitazione, facendo così venir meno il diritto all’agevolazione.
Di segno opposto la difesa del contribuente, secondo cui la normativa individua in maniera tassativa i requisiti dell’esenzione senza prevedere alcun obbligo di mantenere attive luce, acqua o gas. La sospensione delle utenze, infatti, era stata effettuata esclusivamente per evitare spese relative a servizi non utilizzati.
Il colpo di scena finale
Prima che la Suprema Corte si pronunciasse nel merito, è arrivata però la svolta.
Il Comune ha depositato un atto di rinuncia al ricorso, motivandolo con la sopravvenuta carenza di interesse e allegando il provvedimento con cui aveva annullato la pretesa tributaria.
Di conseguenza, la Corte di Cassazione ha dichiarato estinto il giudizio senza affrontare il merito della questione giuridica.
Pur prendendo atto della rinuncia, i giudici hanno comunque condannato il Comune al pagamento delle spese processuali, liquidate in 1.500 euro per compensi professionali, oltre alle spese forfettarie, agli esborsi e agli accessori di legge.
Una vicenda emblematica
La decisione non introduce un nuovo principio di diritto, poiché la Cassazione non è entrata nel merito della controversia. Tuttavia, fotografa un lungo braccio di ferro tra un appartenente alle Forze Armate e il Comune, conclusosi soltanto dopo due sentenze favorevoli al contribuente e la successiva rinuncia dell’ente locale.
La vicenda conferma anche come la disciplina speciale prevista per il personale militare continui a generare contenziosi interpretativi, soprattutto quando le amministrazioni tentano di introdurre requisiti ulteriori rispetto a quelli espressamente previsti dalla legge.
