Il racconto di una soldatessa : nell’ Esercito anche fare pipì è un problema

Il racconto di una donna che ha provato l’esperienza della vita militare nell’ Esercito Italiano, è stato pubblicato nel libro “Libera Uscita”. La donna, oggi impiegata in altro lavoro,  racconta la propria esperienza tra le file della forza armata, descrivendo un periodo per nulla positivo,  tra continui richiami dei superiori e soventi sberleffi dei colleghi uomini.

Un racconto che ai più può apparire inverosimile, poiché di storie come questa se ne sentono ( per fortuna) davvero poche. L’ultimo episodio in ordine cronologico in ambito femminile risale all’espulsione dell’ Allieva pilota dell’ Aeronautica Militare presso la scuola di volo di Latina ( oggi reintegrata), ma la vicenda è tutt’altro che conclusa.


L’ ex  soldatessa racconta di un periodo buio, alla continua ricerca di se stessa, in costante contrasto con la sua parte mascolina.

Per una ragazza arruolata nell’esercito – sostiene Debora – persino far pipì è un problema .Ci si mette troppo tempo. Ma comportarsi come un ragazzo non è la soluzione

«Quanto le ci vuole per una pisciata?». «Comandante, cinque minuti». «A rapporto». Ho stretto i pugni lungo i fianchi, sull’attenti. Due minuti, avevo. E invece ne ho impiegati cinque. Con la coda dell’occhio vedevo un mio commilitone, poco più in là, procedura standard: estrazione, getto, scrollatina. Io invece mi ero dovuta allontanare di qualche centinaio di metri perché se i maschi mi avessero vista sarebbe stata colpa mia, li avrei “istigati”, poi ho dovuto togliermi il fucile, tenerlo in alto per non farlo toccare a terra, abbassarmi la mimetica tenendo conto della maschera antigas, la baionetta, e gli anfibi su cui poi è finito il getto.

Potrebbe essere questo il riassunto della mia esperienza nell’esercito. Eppure ero ingenuamente in cerca di qualcosa. Mi sono arruolata per cercare il maschio che era in me, quel mostro che a volte ruggiva, premeva per sgusciare fuori. Un giorno, anni fa, mi sono accorta che tutto quel che facevo lo facevo pensando di essere un ragazzo: ed era un problema. Col mio corpo, con la mia vita, la mia relazione. Camminavo per strada come un camionista – sostiene la ragazza ormai 26enne – mi immedesimavo nei soldati dei romanzi, cantavo Johnny Cash immaginando di essere lui sul palco.

Di sera costringevo il mio ragazzo a fare la lotta, volevo contatto fisico, infilarmi sotto la sua pelle e capire com’era essere lui. Volevo essere forte. Il mostro faceva paura, eppure era così sensuale che, mossa da curiosità, ho deciso di andare a conoscerlo.


E SE PROPRIO DOVEVO SCOPRIRE CHI ERO, PERCHÉ NON FARLO NEL POSTO PIÙ MASCHILISTA DELLA TERRA?
Marce, insulti da mattina a sera, sole cocente, ore sull’attenti: l’avrei trovato. E invece, una volta dentro le mura della caserma, più lo rincorrevo, ne intravedevo la faccia scura, più dentro di me qualcosa, una parte ancora atrofizzata, si agitava. Che fosse la mia femminilità? Perché noi ragazze dovevamo correre il doppio degli uomini? Perché ci lasciavano ore ad aspettare il contrappello? Perché toccava sempre a noi la pulizia della compagnia? Perché i rapporti per una pisciata troppo lunga? Perché non potevamo abbassarci ad allacciare una stringa senza rimediare battute sconce? Così non andava. Il breve racconto di introduzione al libro di Debora è stato pubblicato da www.elle.com. Per leggere il resto dell’intervista, clicca QUI




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