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Altro che tattiche di gioco, schemi e marcature: alla vigilia della sfida tra Bosnia-Erzegovina e Italia, a prendersi la scena non è stato un calciatore, ma un soldato. E soprattutto, il suo telefonino.

Sì, perché nelle ore precedenti alla partita è scoppiato un piccolo “giallo internazionale” nei pressi del centro sportivo di Butmir, alle porte di Sarajevo. Secondo alcuni media bosniaci, tra cui Sportsport.ba e Klix.ba, un militare italiano sarebbe stato sorpreso mentre riprendeva con lo smartphone l’allenamento della nazionale bosniaca. Da lì, il salto è stato rapidissimo: da semplice video a possibile “spionaggio sportivo”.NSM è ANCHE SU WHATSAPP

Da spettatore curioso a 007 in poche ore

La scena, a raccontarla così, sembra quasi cinematografica: un soldato in uniforme, telefono in mano, che osserva da lontano gli allenamenti. Per alcuni osservatori locali, però, quel gesto sarebbe andato oltre la semplice curiosità. Il problema? L’allenamento, dopo una breve fase aperta ai media, era diventato a porte chiuse. E quindi, secondo la stampa bosniaca, quelle riprese non erano proprio gradite.

Risultato: nel giro di poche ore, il militare italiano si è ritrovato promosso – senza averlo chiesto – al ruolo di agente segreto. Missione: carpire i segreti tattici della Bosnia. Peccato solo che mancassero un paio di dettagli: una missione, un mandato… e probabilmente anche l’interesse reale per gli schemi avversari.

La protesta (vera) e il caso mediatico (ancora di più)

La federazione calcistica bosniaca ha preso la cosa abbastanza sul serio da presentare una protesta all’EUFOR, la missione militare europea presente nel Paese. Un gesto che ha dato ulteriore peso alla vicenda, trasformandola rapidamente in un piccolo caso internazionale. Nel frattempo, la notizia  rimbalzava tra siti e social, ingigantendosi: il soldato, il telefono, il mistero. Ingredienti perfetti per una storia che – diciamolo – si racconta da sola.

La versione italiana: “Calma, nessuna spy story”

Dall’Italia, però, la risposta è arrivata in tempi rapidi e con toni decisamente più terra-terra. Niente 007, niente operazioni segrete. Solo un militare che si trovava in una base adiacente al campo di allenamento – cosa normalissima, visto che l’area di Butmir ospita proprio strutture militari internazionali – e che avrebbe ripreso qualche immagine senza alcuna intenzione particolare.

Secondo la ricostruzione italiana, il soldato non aveva alcun collegamento con la nazionale azzurra né, tantomeno, con attività di intelligence. E probabilmente non immaginava che qualche secondo di video potesse trasformarsi in un caso mediatico.

A rendere la vicenda più esplosiva del necessario è stato soprattutto il contesto: una partita importante, la tensione pre-gara e la presenza – non insolita, ma sempre delicata – di personale militare internazionale. Basta poco, in questi casi, per passare da episodio banale a sospetto. E da sospetto a titolo sensazionalistico, il passo è brevissimo.

Alla fine, il “caso del soldato italiano” sembra destinato a rientrare rapidamente. Nessuna prova di spionaggio, nessuna trama nascosta, solo un fraintendimento amplificato. Resta però una morale piuttosto chiara: nel calcio moderno si studia tutto, è vero. Ma forse non siamo ancora al punto di mandare i militari a filmare gli allenamenti avversari. O almeno, non con il telefonino in mano, la giacca mimetica e alla luce del sole. Di seguito una “video-conseguenza” della vicenda ormai internazionale:

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