A distanza di qualche giorno dal servizio trasmesso da LA7, che ha suscitato indignazione tra molti appartenenti al comparto Difesa, è opportuno fermarsi a riflettere su cosa significhi davvero essere un militare oggi. Ci occupiamo di Difesa e Sicurezza da tempo e questo articolo nasce con l’intento di offrire una visione più ampia, andando oltre una narrazione spesso parziale e, in alcuni casi, distorta.
Una parte dell’opinione pubblica percepisce la figura del militare con diffidenza, talvolta come un costo per lo Stato o come una categoria privilegiata. Questa rappresentazione si discosta da quanto avviene in molti altri Paesi occidentali, dove chi serve in uniforme è riconosciuto come un pilastro della sicurezza nazionale e, proprio per questo, rispettato.NSM è ANCHE SU WHATSAPP E SU TELEGRAM
Chi è il militare?
Il militare è, prima di tutto, una persona che in giovane età sceglie di lasciare la propria famiglia per servire il Paese. È una scelta che comporta sacrifici immediati: trasferimenti lontani da casa, vita in caserma, distacco dagli affetti. Non è raro che molti abbandonino il percorso proprio per la sua durezza.
La nostra Costituzione chiarisce bene questo ruolo. L’articolo 52 sancisce che la difesa della Patria è un “sacro dovere”, mentre l’articolo 98 prevede limitazioni all’esercizio di alcuni diritti civili proprio in ragione delle funzioni svolte. Inoltre, la Legge 331/2000 stabilisce compiti precisi: difesa dello Stato, realizzazione della pace e salvaguardia delle libere istituzioni.
La carriera militare è caratterizzata da una gerarchia rigida e da un sistema normativo che limita diritti fondamentali. Lo sciopero è vietato. Solo recentemente sono nate le Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari (APCSM), ma con poteri ancora limitati e l’impossibilità di aderirvi una volta in pensione: un dettaglio spesso ignorato dal dibattito pubblico.
Lo status: un vincolo che non finisce col congedo
Sul piano giuridico emerge un aspetto che smentisce la lettura della professione come un “semplice impiego”. La giurisprudenza amministrativa e recenti pronunce del Consiglio di Stato hanno chiarito che lo status militare non si esaurisce necessariamente con la fine del servizio attivo. Alcune sanzioni, come la rimozione dal grado, incidono su un legame con lo Stato che conserva effetti giuridici anche oltre il congedo.
Se lo Stato continua a imporre vincoli e responsabilità anche dopo la pensione, appare riduttivo parlare di “privilegi” senza considerare il peso di tale condizione lungo l’intero arco della vita. Inoltre, in caso di reato, il militare è sottoposto a un triplice livello di giudizio: civile, militare e disciplinare interno. Una sovrapposizione di responsabilità quasi unica nel mondo del lavoro.
I “privilegi” che non si raccontano
Dal 1995 a oggi, centinaia di caserme sono state chiuse. Migliaia di militari sono stati trasferiti più volte, spesso a centinaia di chilometri da casa, verso sedi successivamente dismesse. Parliamo di famiglie costrette a ricominciare da zero e figli che cambiano scuola continuamente. Questa realtà non fa notizia.
Le missioni internazionali sono un altro capitolo delicato. Decine di militari italiani hanno perso la vita all’estero. A ciò si aggiungono le problematiche legate all’esposizione a sostanze potenzialmente nocive, come nel caso del dibattito sull’uranio impoverito, tema che negli anni ha portato all’istituzione di commissioni parlamentari d’inchiesta e a numerosi contenziosi giudiziari.
Analogamente, anche le campagne vaccinali obbligatorie in specifici contesti operativi hanno sollevato nel tempo interrogativi e richieste di approfondimento. Emblematico fu anche il caso di un sottufficiale sottoposto a procedimento davanti alla giustizia militare per il rifiuto di sottoporsi alla profilassi vaccinale prevista per l’impiego fuori area. Il tema dell’obbligo vaccinale in ambito militare è stato successivamente oggetto di attenzione parlamentare e di pronunce della Corte Costituzionale, che hanno evidenziato la necessità di un adeguato bilanciamento tra esigenze operative e tutela dei diritti individuali.
Un dibattito che, anni dopo, sarebbe riemerso anche durante la pandemia da Covid-19, pur in un contesto normativo e sanitario profondamente diverso.
In Medio Oriente o in Iraq, il personale ha operato sotto stress estremo, come durante i bombardamenti iraniani che hanno costretto i nostri soldati nei bunker per giorni. Anche le condizioni alloggiative, spesso segnalate come inadeguate dalle APCSM, restano un tema ignorato. Sul piano previdenziale, infine, il comparto Difesa e Sicurezza è ancora privo di una previdenza complementare, a differenza di altri settori pubblici: una promessa rimasta inevasa per decenni.
Il nodo pensioni: privilegio o necessità operativa?
L’idea che il personale militare lasci il servizio con trattamenti “di favore” è fuorviante. Con il sistema misto retributivo/contributivo, l’uscita anticipata comporta riduzioni rilevanti dell’assegno pensionistico .Parallelamente, le normative più recenti tendono a incentivare la permanenza in servizio il più a lungo possibile.
Ma la domanda cruciale è un’altra: può un Paese affidare la propria sicurezza a una forza armata composta in larga parte da personale con età sempre più elevata? Il militare è, prima di tutto, una persona, soggetta all’invecchiamento e alle normali problematiche fisiche che possono incidere sull’efficienza operativa: affaticamento, riduzione della prontezza fisica, maggiore usura psicofisica. In un contesto internazionale instabile, è realistico immaginare un impiego ad alta intensità per personale in età avanzata? In molti Paesi, dagli Stati Uniti al Regno Unito fino alla Polonia, si punta su arruolamenti giovani e reinserimento nel civile dopo 20-25 anni, proprio per garantire l’efficienza dello strumento militare.
Una riflessione necessaria
In Italia il dibattito oscilla spesso tra indifferenza e critica pregiudiziale. Non si tratta di idealizzare una categoria, ma di ristabilire l’equilibrio.
Ciò non significa negare la necessità di trasparenza nella gestione delle risorse pubbliche o l’importanza di un confronto aperto sul modello di Difesa che il Paese intende adottare. Significa però cercare di ristabilire un equilibrio nel racconto pubblico.
Si pensi ai centri di soggiorno: strutture demaniali a tariffe calmierate. Spesso vengono additate come privilegi, ma sono servizi accessori e limitati che non possono certo assorbire l’intero personale o sostituire il mercato turistico. Sono piccoli strumenti di supporto a fronte di una vita di trasferimenti e restrizioni.
Invece di banalizzare il ruolo di chi garantisce la nostra sicurezza, sarebbe il momento di chiederci quale modello di difesa vogliamo per il futuro: uno basato su percezioni superficiali o uno fondato su efficienza, sostenibilità e rispetto per chi serve lo Stato.