Herat, Afghanistan – Sono passati sedici anni da quel 23 giugno 2010, quando il caporalmaggiore scelto Francesco Saverio Positano, militare italiano impegnato nella missione internazionale in Afghanistan, perse la vita durante un’attività operativa. Oggi, dopo un lungo iter giudiziario, la Corte d’Appello ha stabilito che quella morte fu il risultato di una catena di errori e responsabilità.
I giudici hanno condannato a due anni e mezzo di reclusione l’allora ufficiale responsabile del plotone e l’autista del mezzo blindato, ritenuti colpevoli di omicidio colposo. La sentenza accoglie le richieste del sostituto procuratore generale Erminio Amelio e ribalta in parte il verdetto di primo grado del dicembre 2023, che aveva condannato solo l’ufficiale a tre anni e mezzo e assolto l’autista.NSM è ANCHE SU WHATSAPP
La missione in Afghanistan e l’incidente
Nel 2010 l’Italia era impegnata nella missione internazionale International Security Assistance Force (Isaf), guidata dalla North Atlantic Treaty Organization (NATO), con l’obiettivo di sostenere il governo afghano e addestrare le forze di sicurezza locali nella lotta contro i talebani.
In quel contesto operava anche Positano, 29 anni, originario di Foggia ma residente a Pianezza (Torino). Arruolato nel 1998, prestava servizio nel 32º Reggimento Genio guastatori della Brigata alpina Taurinense ed era alla sua settima missione all’estero. Era arrivato in Afghanistan il 19 marzo 2010 ed era inserito nella Task Force Centre con base a Herat, una delle principali aree di responsabilità del contingente italiano.
La sera del 23 giugno, una pattuglia composta da due veicoli Lince e da due mezzi speciali Cougar e Buffalo stava effettuando una ricognizione lungo la strada tra Shindand e Herat per controllare eventuali ordigni esplosivi improvvisati. Durante una sosta operativa, Positano cadde dal blindato Buffalo e riportò un grave trauma cranico. Trasportato d’urgenza in elicottero all’ospedale da campo statunitense di Shindand, morì poco dopo nonostante i tentativi di rianimazione.
All’epoca l’episodio fu inizialmente descritto come un tragico incidente. Positano diventò il 26º militare italiano caduto in Afghanistan dall’inizio della missione nel 2004.
Le responsabilità secondo i giudici
L’inchiesta della procura di Roma ha però ricostruito nel tempo una dinamica diversa, individuando gravi violazioni delle procedure di sicurezza.
Secondo l’accusa, l’autista del mezzo avrebbe lasciato il motore acceso senza controllare la marcia e l’inerzia del veicolo mentre Positano era sceso. Allo stesso tempo, il responsabile del plotone non avrebbe impedito al militare di scendere dal mezzo con il motore ancora in funzione, in contrasto con le prescrizioni previste per l’utilizzo del Buffalo.
Quella che i magistrati definiscono una «violazione delle misure necessarie a tutelare l’integrità fisica» avrebbe portato alla tragedia: Positano fu schiacciato dalla ruota anteriore destra del blindato durante la manovra.
La lunga attesa della famiglia
Per la famiglia del militare la sentenza rappresenta la conclusione di un percorso lungo e doloroso. I parenti di Positano, assistiti dagli avvocati Lucia Frazzano e Annarita Antonetti, hanno sempre sostenuto che la morte del giovane alpino non fosse dovuta a una fatalità ma a responsabilità precise.
«Finalmente è stata accertata la responsabilità anche in appello», ha commentato l’avvocato Frazzano, sottolineando come la famiglia abbia atteso per sedici anni una verità giudiziaria.
Un caso simbolo delle missioni all’estero
La vicenda di Francesco Saverio Positano si inserisce nel più ampio contesto delle operazioni italiane in Afghanistan, uno dei teatri militari più complessi degli ultimi decenni. Tra attentati, ordigni improvvisati e incidenti operativi, decine di militari italiani hanno perso la vita durante la missione Isaf.
La sentenza della Corte d’Appello riporta oggi l’attenzione su quella morte avvenuta lontano da casa, ricordando come, anche nelle missioni internazionali di stabilizzazione, il rispetto delle procedure di sicurezza possa fare la differenza tra la vita e la morte.