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Il rinnovo contrattuale del Comparto Difesa e Sicurezza per il triennio 2025-2027 è stato approvato. Ma il prezzo politico e sindacale della firma potrebbe rivelarsi molto più alto di quanto oggi appaia.

Per la prima volta dalla nascita delle Associazioni Professionali a Carattere Sindacale tra Militari (APCSM), il fronte sindacale si presenta profondamente diviso: nove sigle hanno rifiutato di sottoscrivere l’accordo, mentre cinque hanno scelto di firmarlo, ritenendo sufficienti gli impegni assunti dal Governo per proseguire il confronto sulle questioni ancora aperte.

Una frattura senza precedenti, che ha immediatamente attirato l’attenzione della politica, tanto da portare alla convocazione delle rappresentanze sindacali prima della manifestazione nazionale annunciata per il prossimo 18 luglio.

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, il vero nodo della vicenda è piuttosto chiaro. Da una parte ci sono le organizzazioni che ritengono conclusa la stagione delle promesse e chiedono risultati concreti, immediatamente esigibili. Dall’altra ci sono le sigle che hanno ritenuto opportuno sottoscrivere l’intesa, nella convinzione che gli impegni assunti dall’Esecutivo possano rappresentare il punto di partenza per conseguire ulteriori risultati nei prossimi mesi.

I nodi della contestazione: stipendi, inflazione, specificità militare e previdenza

Dai comunicati diffusi dai sindacati non firmatari emerge un quadro di forte insoddisfazione. Al centro delle contestazioni vi è la convinzione che il rinnovo contrattuale non recuperi realmente il potere d’acquisto perso dal personale militare negli ultimi anni a causa dell’inflazione e che continui a non riconoscere, né economicamente né sotto il profilo previdenziale, la specificità della professione militare.

Secondo le sigle che hanno detto “no”, donne e uomini delle Forze Armate continuano a essere soggetti a obblighi, limitazioni e vincoli che non trovano equivalenti nel resto del pubblico impiego, senza ricevere un adeguato riconoscimento sul piano economico o pensionistico.

Il mancato avvio della previdenza dedicata e complementare è un tema che, da anni, viene indicato come prioritario da governi di diverso orientamento politico, ma che anche questa volta, secondo i sindacati contrari alla firma, resta confinato nell’ambito degli impegni futuri.

Per le nove organizzazioni che non hanno sottoscritto il contratto, il problema non riguarda soltanto l’entità degli aumenti economici, ma il metodo con cui vengono affrontate questioni considerate essenziali: ancora una volta, sostengono, si è chiesto al personale di confidare in promesse che dovranno trovare attuazione in una fase successiva.

Le ragioni dei cinque sindacati firmatari

Le cinque organizzazioni che hanno sottoscritto il contratto rivendicano una scelta di responsabilità. Secondo i firmatari, non siglare l’accordo avrebbe comportato un ulteriore rinvio degli aumenti economici e degli arretrati, senza alcuna garanzia di ottenere condizioni migliori.

Le sigle evidenziano inoltre di aver concentrato gran parte delle risorse sulla componente fissa dello stipendio, con effetti positivi anche sul piano previdenziale, e di aver ottenuto un incremento delle risorse destinate al FESI, partecipando alla relativa contrattazione per il prossimo triennio.

Quanto ai temi ancora irrisolti, come previdenza dedicata, specificità militare e rafforzamento delle prerogative sindacali, i firmatari spiegano di aver ottenuto precisi impegni dal Governo, che dovranno ora tradursi in provvedimenti concreti. La firma, sottolineano, rappresenta quindi un punto di partenza e non un punto di arrivo.

Perché il Comparto Sicurezza ha firmato

Diversa è la situazione delle organizzazioni sindacali delle Forze di Polizia, che hanno sottoscritto il rinnovo contrattuale potendo contare su un sistema di relazioni sindacali più avanzato.

I sindacati dei corpi civili ad ordinamento militare, infatti, dispongono già di un secondo livello di contrattazione, nel quale vengono disciplinate materie fondamentali come l’orario di lavoro, lo straordinario, i turni di servizio e numerosi altri istituti che incidono concretamente sulle condizioni lavorative del personale.

Le APCSM delle Forze Armate, invece, non dispongono ancora di questo fondamentale strumento negoziale. Il tavolo dedicato alla contrattazione di secondo livello dovrebbe essere avviato entro il mese di ottobre, ma fino ad allora il contratto nazionale rappresenta, di fatto, l’unico momento nel quale è possibile incidere sia sugli aspetti economici sia su quelli normativi.

È proprio questo elemento a spiegare gran parte della contrapposizione emersa in queste settimane. Per i sindacati che hanno rifiutato la firma, la contrattazione di primo livello assume un valore strategico e irripetibile: rinunciare oggi a ottenere risultati concreti significa rinviare ancora una volta la soluzione delle principali criticità, confidando in tavoli futuri che dovranno prima essere istituiti e poi tradursi in accordi realmente efficaci.

La spaccatura tra le APCSM non rappresenta quindi soltanto una diversa valutazione del contratto appena sottoscritto, ma due differenti visioni del modo di fare sindacato: da una parte chi ritiene necessario accettare un’intesa migliorabile per continuare il confronto con il Governo; dall’altra chi sostiene che il tempo della fiducia sia ormai terminato e che, senza risultati concreti e immediatamente verificabili, non sia più possibile sottoscrivere accordi fondati principalmente su impegni e prospettive future.

 

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