DAL CASO RAMY ALL’OMICIDIO DEL BRIGADIERE LEGROTTAGLIE – DUE “FACCE” CON UN UNICO COMUNE DENOMINATORE: “L’INSEGUIMENTO”
Dal caso di Ramy Elgaml all’omicidio del Brigadiere Capo Carlo Legrottaglie: due episodi tragici – diversi per dinamica -, uniti da un comune denominatore.
Da un lato, chi sfida lo Stato violando le leggi; dall’altro, un’uniforme macchiata dal sangue di Carlo, uno dei tanti eroi in divisa che, fino all’ultimo giorno di una lunga e brillante carriera, ha affrontato pericoli e grandi responsabilità, con il peso del giudizio legato all’incognita di pochi istanti di forte tensione e imminente pericolo.
Circostanze concitate che obbligano l’operatore ad agire nell’adempimento del dovere senza possibilità di pensare e finanche percepire la sensazione della paura. “Questa è la realtà fattuale che, ahimè, si ripete sempre più frequentemente” – afferma Carmine Caforio, Segretario Generale USMIA Carabinieri.
Novembre 2024, Milano – Il 19enne Ramy Elgaml, passeggero di un potente scooter, muore in un incidente a seguito di un inseguimento per sottrarsi a un controllo di polizia.
Mesi dopo, la Procura chiude le indagini: sotto accusa non solo il giovane alla guida del mezzo, privo di patente e risultato positivo agli stupefacenti, ma anche il militare alla guida della gazzella. Per entrambi, l’ipotesi di reato è omicidio stradale.
A pesare sul Carabiniere, secondo l’A.G. requirente, la durata dell’inseguimento, la distanza ravvicinata e una manovra ritenuta non proporzionata.
Giugno 2025, Francavilla Fontana (BR) – Il Brigadiere Capo Carlo Legrottaglie, a pochi giorni dalla pensione, perde la vita nel tentativo di fermare due criminali armati in fuga. Una reazione coraggiosa che si traduce in sacrificio estremo.
Il “comune denominatore” è l’inseguimento di soggetti che tentano di sottrarsi ad un controllo di polizia, per motivi in quel momento incogniti e doverosamente da accertare.
La perdita di una vita umana – da ambo le parti – rappresenta sempre una tragedia, un dolore, una sconfitta. Ma c’è una differenza sostanziale che qualcuno – privo di competenze, a differenza della Magistratura verso la quale rinnoviamo la massima fiducia – finge ancora di ignorare:
c’è chi la vita l’ha persa per adempiere al proprio dovere e chi invece violando le leggi. Un solco invalicabile che non deve lasciare spazio ad equivoci!
Nel primo caso, il militare rischia un processo per aver “osato troppo”. Nel secondo, Carlo paga con la vita il prezzo per aver tentato di impedire un crimine e, forse, per aver “osato poco”.
Sì, probabilmente Carlo – esperto professionista nell’uso delle armi, più volte encomiato, anche per un conflitto a fuoco in occasione di un sequestro di persona a scopo di rapina il 29 ottobre 1994 in Palazzolo Acreide (SR) – ha esitato qualche istante prima di premere il grilletto, per timore di essere processato.
Un dubbio destinato a rimanere senza risposta – dichiara Caforio, e ribadisce:
“Il confine tra coraggio, dovere e legittimità si assottiglia sotto una lente d’ingrandimento che si avvale di un sistema normativo poco garantista e privo di regole d’ingaggio chiare verso le Forze dell’Ordine, puntualmente sottoposte anche al massacro mediatico”.