Sarà una perizia psichiatrica a chiarire le condizioni mentali di un sottufficiale della Marina Militare, oggi 46enne, detenuto e congedato, imputato per il brutale omicidio della madre avvenuto nel Tarantino.
La decisione è stata assunta dalla Corte d’Assise, che ha accolto una segnalazione formale proveniente dal carcere, dove l’uomo è attualmente detenuto.
La richiesta di accertamento non arriva, questa volta, dalla difesa, ma direttamente dall’amministrazione penitenziaria, che ha evidenziato un grave quadro di sofferenza psichica emerso durante la detenzione. Un elemento ritenuto sufficiente dai giudici per disporre un accertamento tecnico specialistico, segnando una svolta nel processo.
I quesiti della perizia
L’incarico è stato affidato a una specialista della Asl, chiamata a rispondere a due quesiti centrali per il procedimento penale:
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stabilire se l’imputato sia attualmente capace di partecipare consapevolmente al processo;
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verificare se, al momento dei fatti, fosse in grado di intendere e di volere.
Si tratta di una netta inversione di rotta rispetto alla fase iniziale del dibattimento, quando una richiesta analoga avanzata dai legali difensori era stata respinta per insufficienza della documentazione clinica prodotta. Il peggioramento delle condizioni psicofisiche segnalato dal carcere ha però spinto la Corte a riconsiderare il quadro complessivo.
Il delitto che ha sconvolto il Tarantino
Al centro del processo resta uno dei delitti più efferati degli ultimi anni. Il 14 novembre di due anni fa, in un comune della provincia ionica, una donna di 73 anni, insegnante in pensione, fu uccisa nel cortile della propria abitazione mentre stava per salire in auto.
Secondo l’accusa, il figlio l’avrebbe aggredita con estrema violenza, colpendola ripetutamente con un coltello fino ad arrivare a un gesto di inaudita ferocia: l’asportazione del cuore, circostanza confermata dagli accertamenti autoptici.
La confessione e il movente
Durante gli interrogatori, l’imputato ha ammesso l’omicidio, fornendo una versione definita delirante dagli inquirenti. L’uomo avrebbe parlato di sette, vampiri e presunte costrizioni a nutrirsi di carne umana, elementi ritenuti incompatibili con una ricostruzione razionale dei fatti.
Per la Procura, invece, il movente sarebbe legato a contrasti familiari ed economici, in particolare al desiderio dell’uomo di tornare a vivere nella villetta materna, da cui era stato allontanato. La vittima si sarebbe opposta con decisione, arrivando persino a offrire il pagamento dei debiti del figlio pur di tenerlo lontano.
Il tentativo di esplosione
A rafforzare il quadro accusatorio anche quanto sarebbe accaduto dopo l’omicidio: l’ex militare avrebbe tentato di provocare un’esplosione, manomettendo il tubo del gas dell’abitazione, mettendo potenzialmente a rischio l’intera area circostante.
Un passaggio decisivo
Ora la scienza forense entra ufficialmente nel processo. L’esito della perizia psichiatrica potrà incidere in modo determinante sul futuro del dibattimento e sull’eventuale responsabilità penale dell’imputato.
Resta da stabilire se dietro l’orrore consumato in quella villetta del Sud vi sia stata una mente pienamente lucida o se, invece, il gesto estremo sia maturato in un contesto di profonda alterazione psichica.