L’Italia ha assicurato che la costruzione del nuovo ponte sullo Stretto di Messina non rientrerà nei calcoli della spesa militare per la NATO. La precisazione è arrivata dopo un severo richiamo da parte di un funzionario statunitense.
Da quanto si apprende da Janes Defence, l’ambasciatore americano presso l’Alleanza Atlantica, Matthew Whitaker, aveva ammonito che le spese destinate alla difesa non possono essere integrate con fondi per “ponti che non hanno alcun valore militare strategico”.
L’ ipotesi di un ponte a spese NATO è nata a giugno, quando i Paesi membri hanno concordato di alzare le spese militari al 5% del PIL entro il 2035, sotto la pressione del presidente statunitense Donald Trump. Di questa quota, il 3,5% dovrà finanziare la difesa in senso stretto, mentre l’1,5% potrà essere destinato a infrastrutture critiche, reti digitali, resilienza civile e innovazione.
In Italia si era ipotizzato che il ponte sullo Stretto, considerato dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini “a doppio uso per ragioni di sicurezza”, potesse rientrare tra le opere strategiche per NATO ed UE. Una scelta che avrebbe consentito di inserire i 13,5 miliardi stanziati per l’opera nell’1,5% di spesa collegata alla difesa.
Secondo la banca d’investimento Equita, l’impatto del progetto sul bilancio nazionale equivale allo 0,2% del PIL annuo, circa 4 miliardi di euro durante i picchi di costruzione. Una manovra definita dagli analisti come “contabilità opportunistica”.
Ma l’ipotesi non è piaciuta a Washington. In un’intervista a Bloomberg, Whitaker ha fatto capire che la Casa Bianca guarda con sospetto a questa interpretazione.
Il ministero dei Trasporti, in una nota, ha quindi chiarito: “Il ponte sullo Stretto di Messina è già interamente finanziato con risorse statali e non sono previsti fondi per la difesa. L’utilizzo di risorse NATO non è attualmente all’ordine del giorno e, soprattutto, non è una necessità assoluta”.