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Un nuovo regolamento firmato dal ministro della Difesa Crosetto riscrive le regole per l’uso dei simboli militari. Obiettivo: difendere il patrimonio araldico da usi impropri e trasformare il “marchio Difesa” in una risorsa economica, senza intaccarne il prestigio.

Roma – Dallo stemma del proprio reggimento alla mostreggiatura sul bavero, passando per il tricolore delle Frecce Tricolori. D’ora in poi, per l’immaginario collettivo delle nostre Forze Armate cambia tutto, o forse no. Cambia perché, per la prima volta, un testo normativo mette nero su bianco una tutela a tutto tondo di ciò che rappresenta l’identità visiva e storica di chi indossa la divisa.

È entrato in vigore in questi giorni il decreto ministeriale dell’11 novembre 2025, firmato dal titolare della Difesa Guido Crosetto di concerto con i colleghi dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e delle Imprese, Adolfo Urso. Un provvedimento che, con la sua veste burocratica, va a toccare le corde più profonde della tradizione militare italiana, sostituendo le vecchie regole del 2012.

Non solo scudi e bandiere

La novità principale è nella definizione stessa di ciò che viene protetto. Il decreto non parla solo di “stemmi” o “denominazioni”, ma allarga il cappello a tutto ciò che identifica il militare e il suo reparto. Si tutelano i nomi delle unità, anche quelle che non esistono più ma vivono nella memoria storica. E soprattutto, si mettono per la prima volta sotto la stessa protezione giuridica oggetti quotidiani e identitari come gli scudetti, le mostreggiature, i distintivi di specialità, i copricapo e gli omerali.

Una mossa che suona come un messaggio chiaro: l’identità del militare è un bene comune, e va difesa da possibili banalizzazioni o strumentalizzazioni commerciali non autorizzate.

L’affare “marchio Difesa”

Ma il provvedimento non è solo uno scudo. È anche una leva. L’articolo 3 del regolamento apre in modo strutturato le porte al merchandising e alle sponsorizzazioni. Chi vorrà utilizzare i simboli delle Forze Armate per fini commerciali (un marchio di abbigliamento, un produttore di modellini, un evento sportivo) dovrà passare dal Ministero e, salvo casi particolari, pagare.

Il meccanismo prevede canoni fissi o royalties sul fatturato, che finiranno nelle casse dello Stato. La gestione di questi contratti potrà essere affidata a Difesa Servizi S.p.A. , la società in-house del Ministero, in un’ottica di professionalizzazione del tutto. L’obiettivo dichiarato è duplice: raccogliere fondi e allo stesso tempo controllare che l’immagine delle Forze Armate non venga accostata a prodotti o iniziative poco edificanti. Niente politica, niente sindacato, niente beni illeciti. Il filtro è stretto.

Cosa cambia per chi la divisa la indossa (o l’ha indossata)

Il decreto parla anche direttamente al personale militare e al mondo associativo.
Per i primi, la norma è una garanzia: il fregio che portano sul petto è ora ufficialmente un “marchio registrato” di proprietà del Ministero, e il suo uso improprio da parte di terzi è perseguibile con multe salate (da 1.000 a 5.000 euro) e azioni legali per violazione della proprietà industriale.

Per le associazioni d’arma (come gli Alpini, i Marinai d’Italia o i Bersaglieri) arriva una distinzione fondamentale. Potranno usare il nome della loro specialità, ma per utilizzare gli stemmi ufficiali dei reparti dovranno chiedere un’autorizzazione specifica. Un modo per evitare confusione tra il simbolo dell’istituzione e quello dell’associazione.

Taglio netto, infine, per i sindacati militari: a loro è fatto esplicito divieto di utilizzare qualsiasi simbolo che richiami, anche indirettamente, la Forza Armata di appartenenza. Un segno di distanza che la legge vuole mantenere netto.

Il sigillo della tradizione

L’occasione per questo riordino è stata anche l’inclusione formale del logo della Guardia Costiera nella simbologia della Marina Militare, ma il respiro del provvedimento è ben più ampio. Con questo decreto, il Ministero della Difesa mette ordine in una materia delicata, che sta a metà tra la tutela del patrimonio storico e la gestione di un brand.

Registrato alla Corte dei Conti il 4 febbraio scorso, il nuovo regolamento abroga le vecchie disposizioni del 2012 e del 2023, diventando l’unico testo di riferimento. Per il mondo militare è una rivoluzione silenziosa ma sostanziale: la propria immagine, da oggi, è più protetta e, forse, vale anche un po’ di più.

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