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Parla la mamma di un militare italiano coinvolto in un bombardamento: il figlio è ora ricoverato al Celio. “Ha visto la morte negli occhi. È vivo, ma le cicatrici resteranno”. 

La mancanza di un preavviso ufficiale da parte degli Stati Uniti e di Israele sull’inizio dell’offensiva contro l’Iran ha esposto a rischio la vita di centinaia di militari italiani presenti nella base in Kuwait. Oggi, a distanza di giorni, a fronte di una situazione sempre più critica e di un conflitto che si allarga a macchia d’olio, gli Stati Uniti chiedono alla NATO supporto per un’operazione di cui inizialmente era stata celata persino l’esistenza e della quale, ancora adesso, non si comprende appieno il fine ultimo. Un supporto negato dalla NATO e dai maggiori paesi europei, tra quali anche l’Italia.

IL RACCONTO

ROMA – Un attacco, un missile caduto vicino al rifugio, ore di terrore in un bunker sotterraneo con pochi mezzi di sopravvivenza. Poi, il ritorno a casa. Ma non è un ritorno qualunque. È il rientro di un uomo che la guerra l’ha vista da vicino, pur non essendo lì per combatterla.NSM è ANCHE SU WHATSAPP

Oggi un militare italiano è ricoverato all’ospedale militare del Celio, a Roma, dove sta ricevendo le cure per le ferite riportate in un attacco avvenuto in Kuwait. Si tratta di un militare dell’Aeronautica , in servizio presso la TFA di Al Salem. A raccontare la sua storia è la madre, che ripercorre quei momenti di paura e speranza. Da quanto si apprende da trcgiornale.it, la donna ha ripercorso nel dettaglio le ore trascorse nell’incubo.

LA TESTIMONIANZA – “Fino a pochi giorni fa era lì, a fare il suo dovere”, racconta la madre. “Poi è arrivato l’attacco: un missile è caduto nei pressi di dove si erano rifugiati scaraventandolo a terra. Mi ha raccontato che aspettavano un altro missile o gli innumerevoli droni e che ad ogni pericolo si stringevano tutti insieme per proteggersi”. Solo in serata il gruppo è riuscito a raggiungere un bunker sotterraneo. Da lì sono iniziati giorni di isolamento e paura. Giorni interminabili, vissuti con mezzi di sopravvivenza insufficienti, cure scarse e la morte sempre accanto.

LE FERITE – Il militare è ora al sicuro, ma il prezzo pagato è alto. “Ferite sul corpo che i medici cercheranno di guarire – spiega la madre in un articolo di trcgiornale.it – ferite nella mente che solo il tempo potrà forse attenuare. E poi ci sono quelle dell’anima”. Un dolore reso ancora più amaro dalla consapevolezza del ruolo del figlio: “Mio figlio non era andato in guerra – prosegue – era parte delle Forze di Pace, e avrebbe dovuto essere tutelato”. Un paradosso che stride con la medaglia al merito civile di cui il ragazzo è stato insignito anni fa per aver salvato in mare bambini e adulti in difficoltà. “È un ragazzo coraggioso, onesto e orgoglioso di indossare una divisa”, ha aggiunto la donna.

LO SGUARDO – Ma l’esperienza in Kuwait ha lasciato un segno indelebile. “Quando l’ho guardato negli occhi – confida la mamma – ho visto qualcosa che il suo sorriso non riusciva a nascondere. Ho visto la paura di chi ha guardato la morte negli occhi. Ho visto la stanchezza di chi è tornato da qualcosa che nessuno dovrebbe vivere. E ho visto anche la cosa più importante: mio figlio è vivo”. Una vittoria, ma provvisoria. “Per ora la partita con la morte è stata vinta. Ma fino a quando?”, si chiede angosciata.

L’APPELLO – La signora conclude con una riflessione che va oltre la vicenda personale. “Forse parleremo davvero di pace solo quando saranno svuotati tutti gli arsenali, solo quando non ci sarà più bisogno di bunker, né di madri che aspettano una telefonata per sapere se il proprio figlio è ancora vivo”. “La pace non è una parola da pronunciare nei discorsi ufficiali. La pace è uno stato di coscienza. E forse quella coscienza l’ha smarrita chi ci governa, nascosto dietro i numeri, le fotografie e le strette di mano”.

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