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Negli ultimi mesi del 2024–2025 si è osservata una escalation di incursioni — spesso tramite droni — ma anche ad opera di caccia russi, vicino o dentro lo spazio aereo di paesi NATO (Polonia, Romania, Danimarca e altri).

Questi episodi cercano di sondare reazioni, degradare difese aeree e creare confusione tra paesi alleati. Le autorità europee e NATO hanno reagito con diversi scramble di caccia militari, oltre che con un’attivazione delle procedure diplomatiche; in alcuni casi c’è stata anche una sospensione del traffico aereo attorno a basi sensibili. 

In molti rammenteranno con chiarezza (  ci riferiamo ai militari più attempati ancora in servizio e le diverse decine di migliaia ormai in pensione),  che certi episodi erano considerati routine durante il periodo della “Guerra Fredda“. 

Oggi in molti, militari compresi, sono abituati a visitare paesi dell’est Europa che un tempo erano considerati un vero e proprio tabù. Durante la Guerra Fredda (1947–1991) il mondo fu diviso tra il blocco occidentale (NATO, guidato dagli Stati Uniti) e il blocco orientale (Patto di Varsavia, guidato dall’URSS).

Questo periodo fu caratterizzato da una corsa agli armamenti nucleari, dal timore costante di una guerra globale e da numerosi “conflitti per procura” (Corea, Vietnam, Afghanistan). Il termine ufficiale della Guerra Fredda viene collocato tra il 1989 (caduta del Muro di Berlino) e il 1991 (dissoluzione dell’URSS).

Ebbene, oggi si sta vivendo una situazione molto simile, con mezzi strategici più moderni ovviamente, condotta con attacchi Cyber, droni e molti altri fattori che hanno determinato uno stile di guerra definita “Ibrida”.

L’ aumento delle segnalazioni di jet militari russi che «si avvicinano», sfiorano o violano temporaneamente zone di responsabilità NATO,  spesso descritte come operazioni di pressione e «test» della prontezza e della volontà di risposta della NATO, le incursioni aeree e i lanci di droni ,spesso negati dalle autorità russe, ma acclarate dalle tracce radar, non lasciano spazio a dubbi.

Nel 2025 possiamo certamente affermare che la guerra in Ucraina ha riportato il mondo ( non soltanto l’Europa) indietro di decenni. La guerra fredda appunto. 

L’eredità della Guerra Fredda e gli stati di allerta

 Durante la Guerra Fredda per fronteggiare minacce improvvise, la NATO e gli Stati Uniti introdussero sistemi di allerta. In ambito NATO si parlava spesso di 4 stati di allerta progressivi. Parallelamente, negli Stati Uniti veniva usato il più noto DEFCON (Defense Readiness Condition), da DEFCON 5 (pace) a DEFCON 1 (guerra nucleare imminente).

Il punto più critico mai raggiunto fu il DEFCON 2 durante la Crisi dei Missili di Cuba (1962) che segnò uno degli apici della Guerra Fredda. Navi sovietiche trasportarono missili nucleari verso Cuba, a pochi chilometri dalle coste americane. Gli Stati Uniti imposero un blocco navale e prepararono le forze a un possibile conflitto nucleare. Dopo giorni di trattative ad altissima tensione, l’URSS ritirò i missili in cambio della garanzia americana di non invadere Cuba e del ritiro segreto di missili USA dalla Turchia..

Implicazioni strategiche per l’Italia

Malgrado non sia più necessario ricorrere alle armi atomiche, considerando che l’arsenale in dotazione ai diversi paesi può portare alla distruzione totale del pianeta, il ripetersi di questi sconfinamenti rende evidente che il nostro paese deve essere pronto a rispondere a tre fattori chiave :

  1. Un efficiente sistema di contrasto ai droni a basso costo, che possono mettere sotto pressione difese progettate per le sole minacce convenzionali;

  2. Una prontezza operativa continua (suolo, radar, intercettori, coordinamento NATO);

  3. Un adeguamento delle forze armate in termini di personale e capacità specializzate, pronte a rispondere rapidamente in caso di conflitto, ma anche un implemento dei sistemi di guerra elettronica, che accluda  contromisure C-UAS (counter-UAS), e reti condivise d’allerta.

Lo stato delle Forze Armate italiane (numeri e struttura)

Le Forze Armate italiane comprendono: Esercito Italiano, Marina Militare, Aeronautica Militare e Arma dei Carabinieri (con funzioni sia civili che militari). Fonti pubbliche recenti stimano l’ordine di grandezza complessivo degli effettivi attivi intorno a ~160–170 mila unità (con riserve ufficiali molto più basse), numero che ha subito tagli negli ultimi due lustri e che è oggetto di dibattito politico e militare per la sua adeguatezza. 

Fonti giornalistiche e analisti militari hanno sottolineato come la trasformazione e la riduzione dei contingenti (leggi e scelte di bilancio seguenti al 2012) abbiano lasciato l’Esercito e alcune specialità in affanno quando si parla di massa critica di unità mobilitabili. Negli anni più recenti il governo ha provato ad aumentare i target numerici (es. +10.000 posti) ma i gap restano evidenti. 

Età media e distribuzione per forza armata

Non sempre è possibile ottenere una singola “età media” aggiornata e pubblica per ciascuna forza; tuttavia i documenti ufficiali dell’Esercito e report istituzionali mostrano come la distribuzione per classi d’età sia sbilanciata verso fasce centrali (30–50 anni) per gli effettivi di truppa e sottufficiali, con gli ufficiali mediamente più anziani a causa di carriere più lunghe.

Per l’Esercito, ad esempio, dati istituzionali indicano che una larga fetta del personale ricade nella fascia 30–50 anni; ciò implica che, sul piano demografico, l’Italia dispone di personale maturo ma con potenziali lacune in quadri numericamente giovani che permettano rapida espansione.

Scomponendo per forze (stima orientativa basata su fonti ufficiali e analisi):

  • Esercito: ampia componente tra 30–50 anni; molte specialità tecniche con età media in aumento per carenze di giovani arruolati. 

  • Marina: personale tecnico-specialistico con età media leggermente superiore all’esercito per ruoli di alte responsabilità tecniche. 

  • Aeronautica: età media sicuramente superiore all’Esercito.  tra personale operativo e specialisti, con carenze in ruoli critici (ingegneria, manutenzione velivoli). 

  • Carabinieri: forniscono una riserva significativa per funzioni di ordine pubblico e potrebbero essere impiegati in scenari di emergenza con capacità organizzative già strutturate, ma anche in questo caso, si registra un’età media più alta rispetto ai partner europei.

Importante: dove mancano dati pubblici recenti per età media precisa, le conclusioni si basano su documenti istituzionali e report aggregati — per stime numeriche rigorose servirebbero i dati ufficiali aggiornati per ciascuna forza.

Mancati arruolamenti e gap numerici — quanto manca all’Italia?

Più fonti e dichiarazioni di vertici militari indicano carenze consistenti. Un’analisi citata dalla stampa specialistica ha indicato, ad esempio, un gap stimato per l’Esercito di decine di migliaia di soldati (una cifra ricorrente nelle stime pubblicate è di circa 45.000 unità di carenza per l’Esercito rispetto a quanto ritenuto necessario per tutte le missioni e per la ricreazione della massa critica). Allo stesso tempo, riforme passate avevano fissato obiettivi di riduzione (150.000 -> poi parzialmente rivisti a 160.000). Queste dinamiche hanno creato un deficit operativo se il confronto si fa con la necessità di mobilitare più reparti contemporaneamente. 

Le ragioni del mancato arruolamento sono multiple:

  • decrescita demografica e minore pool di giovani disponibili;

  • scelte contrattuali e retributive che rendono meno attrattivo il servizio prolungato;

  • offerta di lavoro civile più competitiva in diverse regioni;

Se l’Italia dovesse «scendere in guerra»: capacità di scalare e punti deboli

In uno scenario di conflitto generalizzato, la capacità di aumentare rapidamente gli effettivi utili dipenderebbe da:

  • riserve formali e piani di mobilitazione;

  • capacità industriale e di manutenzione (armi, carri, navi, aerei);

  • risorse finanziarie e volontà politica di reintrodurre misure straordinarie (es. leva, mobilitazione massiva);

  • tempi di training per rendere efficace nuovo personale in ruoli complessi (e.g., operatori EW, manutentori aerei).

Con gli attuali numeri e gap di reclutamento, la prima debolezza sarebbe la massa critica per sostenere operazioni prolungate su più fronti: servirebbe quindi una combinazione di reclutamento d’urgenza, ampio ricorso a riserve e supporto NATO per colmare lacune critiche (difesa aerea, capacità anti-drone, capacità logistica).

Raccomandazioni operative e politiche (rapide)

  1. investire immediatamente in sistemi C-UAS (droni anti-droni, guerra elettronica, radar a bassa quota);

  2. lanciare programmi accelerati di arruolamento e formazione per ruoli critici (manutenzione aerea, EW, operatori C-4I);

  3. rivedere incentivi contrattuali per rendere l’arruolamento e la permanenza più attrattivi;

  4. rafforzare accordi NATO per mutuo supporto rapido (personale, pezzi di ricambio, interoperabilità). Queste misure ridurrebbero il rischio che gap numerici ed età media sfavoriscano la prontezza.

In conclusione, se si guarda alla traiettoria storica, l’Italia ha sempre dovuto conciliare la propria posizione di “cuscinetto” nel Mediterraneo con il peso della NATO.

Durante gli anni ’80, gli aerei sovietici effettuavano regolarmente missioni di ricognizione e test dei sistemi radar NATO. L’Italia, trovandosi sulla linea di frontiera mediterranea, fu più volte coinvolta in operazioni di scramble ( che all’epoca non veniva divulgato come avviene oggi, scramble: decollo immediato di caccia per intercettare velivoli in avvicinamento allo spazio aereo nazionale o NATO ).

Negli anni ’90, con il crollo dell’URSS, queste attività diminuirono, ma non cessarono del tutto: si registrarono episodi con aerei russi che, dalle basi del Mar Nero o di Kaliningrad, si avvicinavano alle coste europee per valutare la reattività della NATO.

Le crisi della Guerra Fredda — Cuba, Ustica, i cieli contesi negli anni ’80 — risuonano oggi con gli attacchi tramite droni e gli sconfinamenti di jet russi. Il filo conduttore rimane lo stesso: la necessità di mantenere costante vigilanza, una catena di comando credibile e forze armate numericamente e tecnologicamente pronte.

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