Da tempo, sulle pagine dei siti di settore, tra i quali anche NSM, leggo del tema dell’età media del personale nel Comparto Sicurezza e Difesa. Dopo il mio collocamento in quiescenza, ho deciso di condividere alcune riflessioni maturate sulla base della mia esperienza diretta negli ultimi anni di servizio, con l’intento di offrire uno spunto di analisi e confronto, senza polemiche né attribuzioni di responsabilità individuali.

Non indicherò la forza armata presso la quale ho prestato servizio, perché il problema è comune a tutto il comparto e non sono in cerca di alcuna notorietà giornalistica. La mia è soltanto una riflessione personale, con l’auspicio che possa stimolare la politica a intraprendere al più presto le azioni necessarie per il rinnovo e il rafforzamento dello strumento militare nazionale.NSM è ANCHE SU WHATSAPP

Quanto segue rappresenta dunque il mio punto di vista , fondato su osservazioni sul campo e sul dialogo con molti colleghi, e nasce dall’idea che sia necessario avviare un ragionamento concreto sul rinnovamento dello strumento militare italiano.

Secondo diverse stime e analisi già richiamate in altri articoli di varie testate, dedicati al personale della Difesa, una parte significativa degli effettivi presenta oggi un’età anagrafica elevata, con numerosi appartenenti ai ruoli marescialli, sergenti e graduati prossimi al pensionamento. Si tratta in larga misura di militari arruolatisi tra gli anni Ottanta e Novanta, che hanno garantito per decenni professionalità ed esperienza, ma che ora pongono inevitabilmente il tema del ricambio generazionale.

Non si tratta di una critica alle persone, bensì di una questione strutturale. In molte realtà operative si registra infatti una carenza di nuove immissioni tale da non compensare le uscite. Questo squilibrio produce effetti organizzativi evidenti: reparti sotto organico, redistribuzione forzata delle mansioni e personale impiegato in incarichi diversi rispetto alla formazione originaria.

Negli anni sono state introdotte diverse riforme con l’obiettivo dichiarato di rendere il sistema più snello ed efficiente. Tuttavia, nella pratica, tali interventi non sempre hanno prodotto i risultati sperati. In alcuni casi si è assistito a un appiattimento delle funzioni e a un utilizzo “generalista” del personale, con il rischio di disperdere competenze tecniche specifiche.

In ambito militare, come in qualunque organizzazione complessa, la specializzazione resta un fattore essenziale: il meccanico, l’elettricista, l’addetto logistico o al vettovagliamento dovrebbero poter operare principalmente nei rispettivi settori, valorizzando la propria professionalità.

Un ulteriore elemento di riflessione riguarda i concorsi interni che consentono il passaggio di ruolo. Si tratta di opportunità importanti per la crescita individuale, ma che, se non accompagnate da adeguati arruolamenti nei ruoli di base, possono generare ulteriori vuoti negli organici inferiori. Senza un equilibrio tra progressioni di carriera e nuove assunzioni, il sistema rischia di spostare semplicemente le carenze da un livello all’altro.

A questo si aggiunge un aspetto normativo spesso poco discusso. La legislazione vigente consente infatti al personale che raggiunge il limite ordinamentale di età di presentare domanda di permanenza in servizio, rinnovabile di anno in anno, previa valutazione dell’Amministrazione. Parallelamente, sono previsti meccanismi previdenziali come il cosiddetto “moltiplicatore”, che, al ricorrere di determinati requisiti (ad esempio quarant’anni effettivi di servizio, limite anagrafico o cessazione per motivi sanitari), possono determinare un incremento dell’assegno pensionistico, quantificabile in alcune centinaia di euro mensili lorde.

Si tratta di strumenti legittimi e previsti dalla normativa, ma che producono un effetto concreto: incentivano la permanenza in servizio del personale più anziano. Ed è qui che nasce una riflessione di sistema. Se l’obiettivo dichiarato è ringiovanire e rinnovare lo strumento militare, ha senso adottare misure che, di fatto, ritardano il turnover generazionale?

Anche le recenti scelte in materia previdenziale e di permanenza prolungata possono avere una logica di sostenibilità economica, ma pongono interrogativi sull’efficienza complessiva di uno strumento che richiede, per sua natura, elevati standard fisici e operativi. Il tema meriterebbe valutazioni basate su dati oggettivi e analisi costi-benefici, piuttosto che su approcci emergenziali.

Un ulteriore elemento di criticità riguarda un’altra norma del sistema pensionistico applicato al personale militare. Alcuni meccanismi oggi in vigore producono effetti che, almeno sul piano logico, possono apparire paradossali. In determinate circostanze, infatti, chi si è arruolato in età più avanzata e raggiunge il collocamento in quiescenza per limiti ordinamentali può percepire un trattamento pensionistico più favorevole rispetto a chi ha iniziato a servire molto giovane e decide di transitare anticipatamente nella posizione di riserva, pur avendo maturato un numero maggiore di anni effettivi di servizio.

Tale differenza deriva non solo dall’applicazione del cosiddetto “moltiplicatore”, ma anche dall’utilizzo di coefficienti di trasformazione legati all’età anagrafica, che aumentano progressivamente al crescere degli anni (dai 58 ai 60 anni). Di conseguenza, restare in servizio più a lungo può risultare economicamente più conveniente rispetto a un’uscita anticipata, anche quando quest’ultima corrisponde a una carriera più lunga.

A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di natura economico-previdenziale che incide concretamente sulle scelte individuali: le tempistiche di liquidazione del Trattamento di Fine Servizio. In base alla disciplina vigente, il personale collocato in quiescenza per limiti ordinamentali percepisce il TFS in tempi generalmente più brevi (indicativamente entro 9 mesi con l’ultima riforma), mentre chi lascia il servizio anticipatamente può dover attendere due anni per percepire soltanto la prima tranche. È evidente che una simile differenza finisca per orientare le decisioni verso la permanenza prolungata in servizio.

Pur comprendendo le esigenze di equilibrio e sostenibilità del sistema pensionistico, gestito dall’INPS, credo sia necessario affrontare il tema con una prospettiva più ampia e razionale, che tenga conto della specificità della funzione difensiva. La sicurezza nazionale, infatti, non si misura soltanto in termini di spesa o risparmio economico, ma anche nella disponibilità di mezzi, infrastrutture, organici adeguati e, soprattutto, nella componente fisica richiesta in molti ambiti operativi. Alcuni compiti militari richiedono efficienza, prontezza e resistenza che non possono essere valutate esclusivamente con criteri contabili.

Per questo motivo, ogni riflessione sul personale dovrebbe bilanciare sostenibilità finanziaria ed efficacia operativa, con l’obiettivo di garantire Forze armate moderne, numericamente adeguate e realmente pronte ad affrontare le sfide future.

Il confronto con altri modelli

Osservando immagini e servizi dedicati alle United States Armed Forces, colpisce spesso la presenza diffusa di personale giovane nei reparti operativi, frutto di un turnover costante e di arruolamenti regolari. Al contrario, in molte realtà italiane l’impressione visiva è quella di reparti mediamente più anziani. Non si tratta di stabilire classifiche, ma di riconoscere che politiche di reclutamento e gestione diverse producono risultati diversi sull’età media e sulla prontezza operativa.

In questa direzione si inseriscono anche le proposte di riforma annunciate dal Ministro della Difesa Guido Crosetto, volte a rivedere organici, procedure e modalità di impiego. Al di là delle valutazioni politiche, il fatto che il tema sia tornato al centro dell’agenda istituzionale rappresenta un segnale importante.

Accanto agli interventi strutturali, parere personale, esistono poi margini di miglioramento organizzativo più immediati, come ad esempio: razionalizzazione dei servizi logistici, condivisione interforze di alcune funzioni tra basi vicine, come le missioni di trasporto documentale. Un uso più esteso della videosorveglianza e una gestione più efficiente delle infrastrutture potrebbero fare la differenza. Piccole scelte gestionali, se coordinate, potrebbero contribuire a contenere i costi senza incidere sull’operatività.

Infine, non va trascurato il crescente peso della componente amministrativa e informatica. La digitalizzazione e l’introduzione dell’intelligenza artificiale offrono opportunità significative, ma richiedono formazione adeguata, consapevolezza dei rischi e un quadro regolatorio chiaro. L’innovazione, da sola, non basta se non è accompagnata da competenze.

Il mio auspicio personale, che spero sia condiviso anche da altri, è che il dibattito sul futuro della Difesa prosegua in modo costruttivo e pragmatico. La questione, infatti, resta aperta e merita una risposta chiara: se continuiamo a incentivare la permanenza in servizio del personale più anziano e, allo stesso tempo, a rallentare l’ingresso delle nuove leve, riusciremo davvero a riformare e ringiovanire lo strumento militare, oppure rischiamo di rinviare ancora una volta un problema che, prima o poi, dovrà necessariamente essere affrontato?

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