Il Consiglio di Stato ha confermato la destituzione di un assistente capo della Polizia di Stato, respingendo il suo appello. L’uomo era stato sanzionato per una serie di illeciti disciplinari gravi accertati in autonomia dal procedimento penale a suo carico.
I fatti risalgono a una notte in cui l’agente, in evidente stato di ebbrezza, avrebbe fatto ingresso gratuitamente in una discoteca esibendo il tesserino di servizio, consumando alcolici senza pagare e avendo un acceso diverbio con un gruppo di ultras. Rientrato a casa, avrebbe poi provocato gli stessi ultras, invitandoli con messaggi minatori a un “regolamento di conti” sotto la sua abitazione. All’arrivo del gruppo, l’agente si sarebbe presentato in strada già con la pistola d’ordinanza in pugno, esplodendo prima un colpo in aria e poi un secondo che ha ferito un giovane alla coscia. I successivi esami tossicologici sulle urine sono risultati positivi alla cocaina.
Il Consiglio di Stato ha ribadito il principio dell’autonomia temperata del procedimento disciplinare rispetto a quello penale, sancendo che l’Amministrazione può legittimamente procedere a sanzionare condotte che violano i doveri di status, come quelle accertate in questo caso, senza dover attendere l’esito del giudizio penale. Le condotte, tra cui l’abuso dell’autorità, le frequentazioni anti-etiche, l’uso ingiustificato dell’arma e la reiterazione delle infrazioni (era già stato sanzionato in passato per cocaina), integrano pienamente gli estremi per la destituzione per “mancanza del senso dell’onore”, “grave abuso di autorità” e “grave pregiudizio all’immagine dell’Amministrazione”.
L’episodio, oltre alla gravità penale di alcuni aspetti, rappresenta un caso paradigmatico delle conseguenze estreme a cui può condurre la progressiva erosione dei doveri deontologici e della consapevolezza del proprio ruolo in un pubblico ufficiale, soprattutto in forze di polizia.
Assumere atteggiamenti di supremazia (esibire il tesserino per privilegi), coltivare frequentazioni compromettenti con ambienti violenti, abusare di alcol e sostanze stupefacenti e, infine, gestire conflitti personali con violenza e utilizzando l’arma di servizio, dimostra una totale confusione tra la sfera privata e il pubblico ruolo.
Questo caso dimostra che l’ordinamento disciplina uno status speciale che non si limita all’orario di servizio, ma richiede coerenza e integrità anche nella vita privata, a tutela della fiducia pubblica e della credibilità dell’Istituzione. La sanzione della destituzione non è solo una punizione per atti specifici, ma la necessaria conseguenza della constatata incompatibilità tra i comportamenti tenuti e l’appartenenza al corpo di polizia. Ignorare questi doveri fondamentali porta inevitabilmente alla rottura del vincolo di fiducia con l’Amministrazione e con la collettività, con esiti professionali e personali irreparabili.
