Noi di ASPMI desideriamo esprimere un convinto e solenne plauso alle parole del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, la cui lungimiranza e sensibilità istituzionale hanno finalmente sancito un principio tanto atteso quanto imprescindibile: il comando non deve essere un gravoso obbligo, bensì la più alta e nobile aspirazione cui un comandante degno di tale nome possa ambire.
In tempi recenti, il Capo di SME ha ribadito con chiarezza l’intento di non imporre più ai Tenenti Colonnelli l’assunzione del comando, adoperandosi affinché tale vincolo, oggi gravante esclusivamente sui Tenenti Colonnelli del Ruolo Normale, venga definitivamente superato.NSM è ANCHE SU WHATSAPP
Riprendendo le autorevoli parole del Generale Masiello, il comando di battaglione non può e non deve essere “smarcato” come una mera incombenza amministrativa. Un simile approccio rischia di generare ripercussioni anche gravi sul personale comandato, erodendo nel tempo quel patrimonio immateriale fatto di fiducia e senso di appartenenza che costituisce l’ossatura morale delle Forze Armate.
In qualità di Associazione Professionale a Carattere Sindacale tra Militari, poniamo al centro della nostra azione il benessere del personale; ed è per questo che la nostra analisi si è spinta oltre, individuando le distorsioni generate da un obbligo ormai anacronistico.
Tale imposizione, infatti, da un lato può condurre al comando ufficiali privi del necessario slancio motivazionale; dall’altro, preclude ad altri parigrado – spesso altamente competenti e animati da autentica vocazione – la possibilità di accedervi, determinando una frattura implicita non fondata sul merito, bensì sul percorso di carriera.
Occorre tuttavia scongiurare una lettura semplicistica e fuorviante di questo necessario cambio di paradigma, che rischierebbe di contrapporre chi assume il comando a chi, invece, non vi accede. Se è vero che il comando deve essere affidato a ufficiali selezionati sulla base di attitudini, motivazione e capacità di leadership, è altrettanto vero che la mancata assunzione del comando non può in alcun modo essere interpretata quale indice di minore valore professionale.
All’interno dello strumento militare coesistono, per loro natura, molteplici ambiti di impiego – operativi, di staff, tecnici e progettuali – ciascuno dei quali richiede competenze specifiche e specializzazioni. In tale contesto, la permanenza in incarichi di staff o in posizioni caratterizzate da progettualità complesse risponde spesso a esigenze organizzative prioritarie, rendendo non solo non necessario, ma talvolta controproducente l’avvicendamento verso incarichi di comando.
L’interruzione di tali percorsi comporterebbe infatti un duplice pregiudizio: per l’Amministrazione, che vedrebbe disperdersi competenze consolidate e rallentarsi processi strategici; e per il singolo ufficiale, chiamato ad affrontare trasferimenti e impatti logistico-familiari non giustificati da un reale valore aggiunto.
In questa prospettiva, la meritocrazia deve tornare a essere il principio cardine del sistema, anche nella piena valorizzazione degli incarichi di staff e delle funzioni ad alto contenuto specialistico, cui deve essere riconosciuta pari dignità.
Permangono, tuttavia, criticità derivanti da politiche d’impiego che, pur non trovando fondamento in norme cogenti, continuano a essere ribadite nella “Circolare per i trasferimenti a istanza di parte con carattere ordinario” Ed. 2026. Nell’Allegato B, alla voce “Requisiti Specifici”, si sancisce infatti la preclusione alla richiesta di trasferimento per il personale che “sia in attività di comando di Btg […] o non abbia ancora espletato il comando di Btg […] (se appartenente al Ruolo Normale nel grado di Ten. Col.)”, cristallizzando una disparità tra pari grado.
A ciò si aggiunge un ulteriore elemento di criticità: l’incertezza circa la sede di impiego, la durata dell’incarico e le prospettive nel cosiddetto “post comando”. Tale indeterminatezza rende complessa ogni pianificazione familiare, aggravata da una normativa – legge 86, marzo 2001 – i cui importi risultano ormai inadeguati rispetto al mutato contesto economico.
Da ultimo, ma non per importanza, l’assolvimento di tale obbligo rappresenta una condizione necessaria per l’avanzamento al grado superiore esclusivamente per gli ufficiali del Ruolo Normale, determinando una disparità che incide non solo sull’impiego, ma anche sulla progressione di carriera e sul piano economico.
Per tutte queste ragioni, come ASPMI accogliamo con favore e sosteniamo con fermezza le dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore, auspicando una tempestiva revisione normativa che ponga fine a tali disuguaglianze e restituisca al comando il suo autentico valore etico e professionale.
Offriamo fin d’ora la nostra piena collaborazione, convinti che solo attraverso un intervento strutturale si possa garantire un sistema realmente equo, efficiente e coerente.