Via libera al potenziamento del centro di Civitavecchia che si occupa della distruzione degli ordigni chimici rinvenuti sul territorio nazionale. Il costo del progetto sale da 29 a oltre 64 milioni di euro.
L’Italia accelera sullo smaltimento delle vecchie armi chimiche ancora presenti sul proprio territorio. Il Ministero della Difesa ha presentato al Parlamento un nuovo programma pluriennale destinato a potenziare il Centro Tecnico Logistico Interforze (CeTLI) NBC di Civitavecchia, struttura specializzata nella gestione, messa in sicurezza e distruzione del munizionamento chimico obsoleto.NSM è ANCHE SU WHATSAPP E SU TELEGRAM
Il progetto rappresenta la prosecuzione di un intervento già avviato nel 2023, ma con una significativa revisione economica: il costo complessivo passa infatti da 29 milioni a circa 64,7 milioni di euro, rendendo necessaria una nuova autorizzazione parlamentare.
Perché esistono ancora armi chimiche in Italia
Può sembrare sorprendente, ma nel sottosuolo italiano continuano a essere rinvenuti ordigni risalenti soprattutto al periodo compreso tra gli anni Venti e la fine della Seconda guerra mondiale.
Si tratta delle cosiddette Old Chemical Weapons (OCW), munizioni contenenti aggressivi chimici che, pur essendo ormai deteriorate e inutilizzabili dal punto di vista militare, rappresentano ancora oggi un potenziale rischio per la sicurezza pubblica e per l’ambiente.
Questi ordigni emergono durante lavori stradali, cantieri, attività agricole, dragaggi portuali o interventi di bonifica e devono essere gestiti con procedure altamente specializzate.
L’Italia, inoltre, è vincolata dagli obblighi previsti dalla Convenzione internazionale sulle armi chimiche del 1993, ratificata nel 1995, che impone la distruzione degli arsenali chimici e del materiale che viene progressivamente rinvenuto sul territorio nazionale.
Il nuovo impianto a Civitavecchia
Il cuore del programma è la realizzazione di un moderno impianto di termossidazione pirolitica presso il CeTLI NBC di Civitavecchia.
L’impianto sarà progettato per neutralizzare e distruggere diverse tipologie di materiali pericolosi, tra cui:
- munizionamento chimico;
- proiettili al fosforo;
- fumogeni e nebbiogeni;
- lacrimogeni;
- materiali contaminati da agenti chimici.
L’infrastruttura comprenderà anche sistemi avanzati per l’abbattimento delle emissioni, il trattamento dei fumi, il monitoraggio ambientale e il controllo dell’intero processo di distruzione, nel rispetto della normativa vigente.
Il programma prevede inoltre cinque anni di assistenza tecnica, manutenzione specialistica e formazione del personale incaricato della gestione dell’impianto.
Un investimento che raddoppia
L’aspetto economicamente più rilevante riguarda l’aumento dei costi.
Il programma originario, autorizzato nel 2023, disponeva di un finanziamento di 29 milioni di euro. Di questa somma sono già stati impiegati circa 13,3 milioni.
Con il nuovo decreto la Difesa chiede di autorizzare una seconda fase del progetto del valore di 51,42 milioni di euro. Sommando gli investimenti già effettuati, il costo complessivo raggiunge circa 64,72 milioni di euro, con lavori programmati fino al 2032.
L’Amministrazione precisa che non potrà superare questo limite di spesa senza una nuova autorizzazione parlamentare.
Un nodo ancora da chiarire
Nel dossier predisposto dai Servizi Studi di Camera e Senato emerge però anche un elemento che potrebbe essere oggetto di approfondimento durante l’esame parlamentare.
Nel Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025-2027 risulta infatti finanziata soltanto la parte iniziale del progetto, per circa 13,78 milioni di euro. Non compare invece il nuovo stanziamento da oltre 51 milioni richiesto con il decreto attualmente all’esame delle Commissioni Difesa.
Una circostanza che potrebbe portare il Parlamento a chiedere chiarimenti sulla copertura finanziaria e sulla programmazione delle risorse.
Sicurezza nazionale e tutela ambientale
Pur trattandosi formalmente di un programma di ammodernamento della Difesa, il progetto ha ricadute che vanno oltre l’ambito militare.
La capacità di neutralizzare rapidamente le vecchie armi chimiche rinvenute durante lavori pubblici o interventi di bonifica rappresenta infatti uno strumento di protezione civile, tutela ambientale e sicurezza dei cittadini.
Il potenziamento del CeTLI di Civitavecchia consentirà inoltre all’Italia di mantenere gli impegni assunti a livello internazionale nella distruzione delle armi chimiche, rafforzando una capacità specialistica considerata strategica anche nell’ambito della cooperazione tra i Paesi dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione europea.
Con il passaggio parlamentare in corso, il programma entra ora nella fase decisiva. Se riceverà il via libera definitivo, il nuovo impianto sarà uno dei principali investimenti italiani dedicati alla gestione e alla distruzione del munizionamento chimico obsoleto ancora presente sul territorio nazionale.