AMUS: Previdenza dedicata per il personale del Comparto Difesa e Sicurezza. Verità e saldi

In quest’ultimo periodo, mentre ci si avvia colpevolmente alla tardiva conclusione del confronto in Funzione Pubblica per il rinnovo contrattuale 2019/2021 dei militari e del personale delle forze di polizia, impazzano ipotesi di adeguamento dei coefficienti pensionistici di trasformazione del montante contributivo al fine di adeguarli ai limiti ordinamentali vigenti nel Comparto Difesa e Sicurezza.

Di cosa parliamo in realtà?Sostanzialmente si sta cercando di porre rimedio al vulnus di non aver mai fatto partire per questo Comparto la previdenza integrativa (dal 1996 ad oggi, ossia un ritardo di oltre 25 anni) innalzando i coefficienti di trasformazione del montante contributivo accumulato dai singoli operatori del Comparto Difesa e Sicurezza nel corso della loro vita lavorativa (un numero che incide sulla determinazione pensionistica e che cresce con l’aumentare dell’età anagrafica di cessazione dal servizio), attraverso il riconoscimento di quello corrispondente al personale del pubblico impiego civile (67 anni).

Si tratta dunque di un beneficio nel calcolo della pensione.

Il perché è presto detto: il personale militare e delle forze di polizia è destinatario, non per scelta personale ma per legge, di limiti d’età ordinamentali inferiori rispetto alla generalità dei lavoratori, con la conseguente applicazione di coefficienti di trasformazione meno favorevoli che comportano uno stipendio pensionistico molto più basso.

Si stima, infatti, che l’attuale tasso di sostituzione, vale a dire il rapporto in percentuale tra l’importo della pensione e quello dell’ultimo stipendio percepito dovrebbe attestarsi tra il 60% e il 70%, con grave nocumento specie per i più giovani, anche in considerazione di stipendi attuali poco adeguati.

Siffatti disegni di legge, nondimeno, veicolati dallo Stato Maggiore Difesa e ripresi con enfasi dagli Stati Maggiori di Forza Armata, tendono a far apparire, ai meno esperti della complessa materia, i contenuti equi, giusti e risolutivi di tutti i mali causati dalle varie riforme effettuate in campo previdenziale, da quella Dini del 1995 a quella più recente della Fornero.

Non a caso, invero, i citati SS.MM. propongono di procedere a un’accurata “attività informativa a favore del personale al fine di far comprendere appieno l’impegno dell’intero Dicastero nel promuovere interventi migliorativi in una materia tanto delicata affinché, quale ulteriore effetto, si possa sterilizzare il contenzioso in essere sulla previdenza complementare”. 

Rasserenare il personale, quindi, e arrestare il contenzioso. 

Comunicazioni che danno l’idea che gli stessi Vertici Militari riconoscono che le possibilità di accoglimento dei ricorsi sono molto alte, tanto che vi sono già pronunce favorevoli quale quella della Corte dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Puglia, dello scorso anno (Sent. 2307/2020).

Ora, è indubbio che le proposte di legge in argomento qualora approvate determinerebbero per il personale una situazione in campo pensionistico più favorevole rispetto a quella attuale. Stiamo parlando di risorse stimate (relazione illustrativa ad uno dei ddl) a regime di circa 1,2 miliardi di Euro, emolumenti destinati ad aumentare l’assegno pensionistico dei militari.

Tuttavia, come sindacato non possiamo che dissentire sulla supposta “equità” di un tale provvedimento, e la motivazione è presto detta.

A differenza di quanto accaduto per il personale del Comparto Difesa e Sicurezza, negli altri settori della PA la previdenza complementare è stata da subito avviata, comportando impegni finanziari obbligatori del datore di lavoro con percentuali variabili a partire dall’uno per cento del trattamento retribuito.

Ora, se volessimo ipotizzare per i circa 450.000 operatori dell’intero Comparto una contribuzione minima di tale 1% sulla scorta del dato medio retributivo di circa 35.000 cadauno e moltiplicare il tutto per i 26 anni di mancato avvio della previdenza complementare, il calcolo ci porta a dire che chiudere la partita con le proposte sopra citate (come detto una spesa stimata di poco più di 1 miliardo di Euro), garantirebbe un risparmio ipotetico per le casse dello Stato pari ad oltre 4,2 miliardi di Euro (cui sommare, a vantaggio degli aderenti, le proprie eventuali contribuzioni volontarie oltre ai rendimenti nel tempo ricevuti dai fondi integrativi ).

E’ per questo che la soluzione con “effetto sanatoria” di tutto ciò che irresponsabilmente non è stato fatto in passato e che corrisponderebbe a malapena ad un terzo del maltolto non può essere accettata.

Basti pensare al fatto che i nostri giovani dovrebbero a questo punto rinunciare per sempre alla nascita di una previdenza integrativa, anche volontaria, a fronte di un ristoro futuro che come abbiamo visto impegna l’Erario per appena il  25-30% del dovuto.

Chi scrive, tuttavia, rivendica una posizione mediana, equa, non dirompente per le casse dello Stato, ma mai così al ribasso. 

Nel merito, invero, come già accennato in precedenti nostre comunicazioni, abbiamo già predisposto dei miglioramenti ai disegni di legge in questione, progetti che rivolgono lo sguardo al cd. “scatto aggiuntivo pensionistico della specificità”, modulato sulla base delle modalità/età di accesso alla pensione e non soggetto a tassazione.

Solo questo, unitamente alla proposta dei coefficienti ed all’avvio di una previdenza integrativa non obbligatoria per i più giovani, porterebbe a risarcire seriamente, anche se non completamente, gli appartenenti al Comparto Difesa e Sicurezza dai disastrosi danni derivati dal mancato avvio della previdenza complementare e darebbe finalmente concretezza alla legge sulla specificità.

Il tutto con un impatto sulle casse dello Stato minimale rispetto ai vantaggi che produrrebbe sulle pensioni future del personale. Stiamo infatti parlando, considerando la vita media in Italia, di una spesa presunta a regime di circa 800 milioni di euro.

Quindi un costo totale fortemente ridotto rispetto a quanto lo Stato potrebbe trovarsi nel tempo a dover erogare in caso di soccombenza in sede giudiziale.

E allora, non ci rimane che esortare il Governo ad accogliere, una volta per tutte, queste rivendicazioni che durano da oltre 25 anni.   

Basta con le promesse, le attese, le discussioni. Piuttosto che indugiare sui lunghissimi e spesso non risolutivi iter parlamentari, che sia il Governo a mettersi in gioco e operare la sua scelta. Ha il dovere morale di sanare ciò che da decenni è stato messo nel dimenticatoio. Solo così potrà dimostrare se nell’agenda politica ha deciso di dedicare spazi sufficienti in favore dei cittadini con le stellette. 

E deve farlo ora, prima della firma di questo contratto, come accaduto ad esempio con il finanziamento per il riordino delle carriere che il personale attendeva da decenni. Che lo faccia per questa giusta causa, la più nobile, onde evitare il prospetto di un avvenire così avvilente per il personale del comparto.

Beninteso, non si stanno chiedendo regali o privilegi, tutt’altro. Solo un risarcimento che possa almeno in parte compensare un atteggiamento tanto negligente quanto superficiale che il personale è costretto a subire da 26 anni a questa parte. 

I militari sono pronti a qualunque sacrificio, fa parte della propria natura e del proprio mandato, ma mercanteggiare sul loro futuro è davvero troppo. 

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