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Un baratro previdenziale rischia di compromettere drasticamente il futuro economico del personale in divisa, aprendo la strada a una nuova emergenza sociale. È quanto denunciato nel corso dei recenti convegni nazionali promossi dalle alcune sigle sindacali del Comparto Sicurezza e Difesa — tra cui, per la Guardia di Finanza,  SILF, USIF, SIAF e a carattere Interforze da Usmia —, che hanno acceso i riflettori sulla tenuta economica delle future pensioni per Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e Forze Armate in generale.

Al centro della mobilitazione ci sono due criticità strettamente connesse: il mancato avvio della previdenza complementare (il cosiddetto secondo pilastro) e l’impatto dei criteri di calcolo del sistema contributivo puro, che a partire dal 2032 comincerà a riguardare le prime generazioni di personale in congedo.

Secondo le stime sindacali, la platea complessiva dei lavoratori interessati ammonta a circa 40-45 mila persone, di cui circa 10.000 nel solo Esercito. Senza interventi strutturali, il divario tra l’ultimo stipendio percepito e il futuro assegno pensionistico si tradurrà in un taglio secco stimato in oltre 500 euro al mese.

Da quanto riporta Il Sole 24 Ore, la sfida previdenziale si sviluppa parallelamente ai complessi impegni operativi internazionali del personale militare. I rappresentanti dei lavoratori sottolineano che la questione non è più rinviabile e chiedono al Governo di passare dalle promesse ai fatti, inserendo nella prossima Legge di Bilancio le risorse necessarie per finanziare concretamente la previdenza complementare.

Un intervento che i sindacati definiscono non solo tecnico, ma una vera e propria questione morale a tutela delle donne e degli uomini in divisa.

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