Nel 1994, nei laboratori dell’US Air Force di Wright-Patterson, in Ohio, qualcuno mise nero su bianco un’idea destinata, anni dopo, a diventare una delle storie più surreali della ricerca militare americana: sviluppare una sostanza chimica capace di alterare il comportamento dei soldati nemici, fino a provocare una forte attrazione sessuale tra loro.
È la vicenda passata alla storia con il soprannome di “gay bomb”, la “bomba gay”. Ma dietro il titolo provocatorio c’è una storia più complessa: non si trattò di un’arma realmente costruita o impiegata, bensì di una delle numerose ipotesi contenute in un documento di ricerca dell’allora Wright Laboratory.
Un documento del 1994
Il documento, datato 1° giugno 1994, aveva un titolo decisamente meno spettacolare: Harassing, Annoying, and “Bad Guy” Identifying Chemicals, cioè, approssimativamente, “sostanze chimiche moleste, irritanti e per l’identificazione dei cattivi”.
L’obiettivo generale era individuare possibili sostanze chimiche non letali che potessero essere utilizzate contro forze nemiche per ridurne l’efficienza, alterarne il comportamento o rendere più semplice la loro individuazione.
All’interno del documento, nella categoria dedicata alle sostanze capaci di influenzare il comportamento umano, compariva la proposta più bizzarra.
Gli autori ipotizzavano l’impiego di potenti afrodisiaci, auspicando che una sostanza potesse provocare anche “comportamenti omosessuali”. L’idea, secondo la logica del documento, era che un simile effetto avrebbe potuto compromettere il morale e la disciplina delle unità avversarie.
Non esiste però alcuna indicazione che una sostanza simile fosse già disponibile o che fosse stata sperimentata sui militari. Il documento era, piuttosto, un elenco di capacità chimiche che i ricercatori ritenevano interessante poter sviluppare.
Non c’era soltanto la “bomba gay”
La proposta sull’alterazione del comportamento era soltanto una delle numerose idee contenute nel documento.
Tra le ipotesi figuravano sostanze capaci di:
- attirare insetti pungenti e renderli aggressivi nei confronti del nemico;
- attirare roditori o altri animali verso una posizione avversaria;
- rendere il personale particolarmente sensibile alla luce solare;
- provocare una forte e persistente alitosi, con l’obiettivo di facilitare l’identificazione di combattenti che cercassero di confondersi con la popolazione civile;
- alterare il comportamento umano in modo da compromettere morale, disciplina ed efficacia operativa.
Il documento proponeva quindi una sorta di catalogo di possibili armi chimiche “non letali”, alcune delle quali oggi appaiono quasi caricaturali. Ma nel contesto della guerra fredda e della ricerca sulle cosiddette non-lethal weapons, l’interesse militare per sistemi capaci di neutralizzare un avversario senza ucciderlo era tutt’altro che inesistente.
Quanto sarebbe dovuto costare?
Secondo la documentazione successivamente resa pubblica, il laboratorio indicava un fabbisogno complessivo nell’ordine di 7,5 milioni di dollari per portare avanti il programma di ricerca. È importante, però, non confondere questa cifra con il costo di costruzione della fantomatica “bomba gay”: si trattava della richiesta di finanziamento associata al più ampio programma di ricerca sulle sostanze chimiche moleste, irritanti e identificative. Non risulta che il progetto sia mai arrivato alla fase di produzione di un’arma operativa.
Il documento rimase negli archivi per anni
La storia non divenne immediatamente pubblica.
Il documento del Wright Laboratory venne successivamente ottenuto attraverso una richiesta FOIA (Freedom of Information Act) e portato all’attenzione dell’opinione pubblica nei primi anni Duemila dal Sunshine Project, organizzazione che all’epoca si occupava di monitorare programmi relativi alle armi chimiche e biologiche.
La vicenda esplose sui media soprattutto nel 2005, quando la stampa internazionale iniziò a raccontare la curiosa proposta del Pentagono. Nel 2007 arrivò addirittura una consacrazione decisamente particolare: il Wright Laboratory ricevette l’Ig Nobel per la Pace, il premio satirico assegnato ogni anno a ricerche scientifiche che “prima fanno ridere e poi fanno pensare”. Il riconoscimento faceva esplicito riferimento alla ricerca sulla cosiddetta “gay bomb”.
Una precisazione importante: non era davvero una “bomba”
Il termine “gay bomb” è nato successivamente, come soprannome giornalistico e popolare. Il documento originale non chiamava affatto il progetto in quel modo. Non descriveva neppure un ordigno già progettato, con una sostanza identificata e pronta per essere utilizzata.
Si trattava di una proposta di ricerca che individuava determinati effetti comportamentali desiderati e suggeriva che sarebbe stato interessante trovare sostanze in grado di provocarli. In altre parole: l’Air Force non aveva una bomba capace di “rendere gay” i soldati nemici e non risulta che ne abbia mai costruita una.
E il Wright Laboratory esiste ancora?
Non con quel nome. Il Wright Laboratory era uno dei grandi laboratori di ricerca dell’US Air Force. Nel 1990 la riorganizzazione della ricerca dell’Air Force aveva riunito numerosi laboratori in quattro grandi strutture, tra cui proprio Wright Laboratory, con sede a Wright-Patterson. Nel 1997 questi laboratori furono progressivamente riuniti nell’Air Force Research Laboratory (AFRL).
La stessa Air Force conferma oggi che Wright Laboratory fu uno dei quattro “super labs” confluiti nella nuova struttura. L’AFRL fu formalmente unificato nell’ottobre 1997. Questo significa che il laboratorio citato nel documento del 1994 è un predecessore dell’attuale AFRL, non un’organizzazione ancora esistente con quella denominazione.
C’era anche un problema giuridico
La questione è particolarmente interessante se si considera il quadro internazionale.La Chemical Weapons Convention (CWC), la Convenzione sulle armi chimiche, proibisce lo sviluppo, la produzione, l’acquisizione, lo stoccaggio e l’impiego delle armi chimiche. La Convenzione è entrata in vigore il 29 aprile 1997, quindi tre anni dopo il documento di Wright Laboratory.
Oggi gli Stati Uniti sono uno degli oltre 190 Stati parte della Convenzione e il Dipartimento del Commercio statunitense ribadisce che il trattato vieta lo sviluppo, la produzione, lo stoccaggio e l’uso delle armi chimiche. Questo è un elemento importante per contestualizzare la vicenda: la proposta risale a un periodo precedente all’entrata in vigore della CWC, mentre il successivo quadro internazionale ha reso ancora più stringenti i limiti alla ricerca e allo sviluppo di armi chimiche.
Il Pentagono: nessuna “arma segreta”
Quando la storia tornò alla ribalta, esponenti del Dipartimento della Difesa chiarirono che quelle idee non erano diventate programmi operativi. Un portavoce del Corpo dei Marines, citato dalla stampa all’epoca, spiegò che le proposte non avevano portato alla realizzazione delle armi e che erano state respinte. Il punto fondamentale, dunque, è distinguere tra un’idea messa su carta, una ricerca finanziata e un’arma realmente sviluppata. Nel caso della “bomba gay”, le fonti disponibili documentano la prima cosa. Non documentano la realizzazione della seconda o della terza.
Da proposta militare a fenomeno pop
La storia ebbe infine una seconda vita nella cultura popolare. La curiosa vicenda è stata citata e parodiata in programmi televisivi e produzioni comiche, trasformando un oscuro documento burocratico del 1994 in una delle più famose storie sulle improbabili armi mai prese in considerazione dalle forze armate americane.
La realtà, però, è meno spettacolare del mito.
Non esisteva una “bomba gay” operativa. Esisteva un documento dell’Air Force che, nell’ambito di una più ampia ricerca su ipotetiche armi chimiche non letali, suggeriva anche la possibilità di sviluppare un potente afrodisiaco capace di alterare il comportamento sessuale del nemico.
È proprio questa distinzione a rendere la storia ancora più interessante: non una superarma segreta, ma una proposta di ricerca realmente finita negli archivi militari e rimasta lì per anni prima di diventare una delle pagine più bizzarre della storia della ricerca militare statunitense.