Non passa settimana senza che, nei vari reparti, non venga ribadito il mantra: “Attenzione a cosa pubblicate sui social”. Le circolari parlano chiaro, i comandanti avvisano, eppure la linea di confine tra la vita privata del militare e l’immagine pubblica della divisa è diventata oggi un terreno minato, non più solo per le regole di decoro, ma per le evoluzioni tecnologiche che sfuggono al nostro controllo.
In questo contesto, il SINAFI (Sindacato Nazionale Finanzieri) ha sollevato una questione spinosa che va oltre la semplice “prudenza individuale”: cosa succede quando è l’Istituzione stessa a chiedere ai militari di esporsi, magari attraverso video “reel” di saluto, esponendoli alle insidie dei moderni algoritmi?NSM è ANCHE SU WHATSAPP E SU TELEGRAM
Il caso: I “Buongiorno” dai Reparti
L’iniziativa è nota: brevi filmati dai reparti, sorrisi empatici, “bella presenza” e assenza di inflessioni dialettali per raccontare il lato umano della Guardia di Finanza. Un’operazione di comunicazione moderna, certo. Ma il SINAFI ha raccolto le preoccupazioni di molti colleghi che, pur nel rispetto degli ordini, avvertono un profondo disagio. Il punto non è solo la timidezza o il desiderio di privacy: il punto è la sicurezza operativa e l’identità digitale.
L’Intelligenza Artificiale: Il nuovo “nemico” invisibile
Mentre finora il rischio principale era legato alla localizzazione o alla visibilità in aree ad alto rischio criminale, oggi la minaccia ha un nome nuovo: AI Generativa.
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Deepfake e Manipolazione: Un video istituzionale, girato in alta risoluzione e con l’uniforme perfetta, è il materiale ideale per i malintenzionati. Attraverso l’intelligenza artificiale, questi frame possono essere clonati per creare video falsi (deepfake) in cui il militare dice o fa cose mai accadute, screditando l’individuo e l’Istituzione.
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Sottrazione d’Identità: Le immagini “pulite” dei militari sono oro colato per chi crea falsi profili finalizzati a truffe o attività di spionaggio. Una volta che il volto è sul web, è “per sempre”.
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Riconoscimento Facciale: Per chi opera in settori sensibili (Antimafia, GOA, Baschi Verdi), la sovraesposizione digitale può compromettere anni di anonimato operativo. Un algoritmo non dimentica un volto, anche se visto solo per tre secondi in un reel di “buongiorno”.
Il paradosso delle circolari
Il SINAFI richiama con forza la Circolare n. 218569 del 2020, che ammonisce il personale sulla natura indelebile di ciò che finisce online: “Qualsiasi contenuto diventa in quell’esatto istante di dominio pubblico, sfuggendo a ogni controllo”.
“Non si può ignorare il momento storico,” sottolinea il sindacato. “Se da un lato si chiede al militare massima prudenza sui propri profili privati, dall’altro non lo si può esporre a rischi simili in contesti istituzionali senza garanzie ferree.”
Le richieste del SINAFI: Sicurezza e Volontarietà
Il Sindacato ha quindi chiesto ai vertici del Corpo di rivalutare l’iniziativa dei video social, puntando su due pilastri fondamentali:
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La Volontarietà: Nessun militare dovrebbe essere obbligato a prestare il proprio volto per i canali social (Facebook, Instagram, ecc.), specialmente se ha scelto deliberatamente di non essere iscritto a tali piattaforme nella vita privata.
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Valutazione del Rischio Operativo: Evitare la sovraesposizione di chi opera in contesti in cui l’anonimato è uno strumento di difesa professionale e personale.
La comunicazione istituzionale deve evolversi, ma non può farlo a discapito della sicurezza degli operatori. In un’era in cui un software può clonare voce e volto in pochi secondi, la prudenza non è mai troppa. La divisa merita rispetto, ma chi la indossa merita protezione, anche (e soprattutto) nel mondo digitale.