Condannati i militari coinvolti nel furto dei beni ai profughi siriani salvati in mare

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Dopo poche settimane dall’inizio di Mare Nostrum,  circa 100 profughi siriani vennero salvati. Secondo quanto ricostruito dalle testimonianze, la Corvetta della Marina Militare F556 “Chimera” intervenne nel pomeriggio del 25 ottobre salvando decine profughi siriani (70 adulti e 30 minori), che rischiavano di naufragare.

Quando si trovarono a bordo della nave Chimera uomini, donne e bambini, prima di ricevere le cure idonee e l’accoglienza che si aspettavano da chi li aveva salvati, per prima cosa vennero perquisiti dai militari, con la finalità “dichiarata” di verificare se avessero sulla loro persona armi o altri oggetti atti ad offendere.

I militari della nave Chimera, secondo quanto evidenziato dall’indagine successiva, a seguito della denuncia di alcuni profughi, avrebbero perquisito i profughi, costringendo in particolare le donne, a depositare denaro e oggetti personali, fra cui gioielli e telefoni di ultima generazione, in alcuni sacchetti senza alcun codice identificativo, senza redigere verbale di ritiro, violando così le disposizioni contenute nel ruolo “Controllo dei flussi migratori” (CFM).

Tale sottrazione era assolutamente illegittima, atteso che, sia il denaro sia i monili “sequestrati” non erano assolutamente da considerare “oggetti atti ad offendere” e andavano immediatamente riconsegnati ai proprietari.

L’inchiesta, che ipotizzava i reati di peculato militare e violata consegna, scaturì dalla segnalazione della Procura della Repubblica presso il Tribunale Militare di Napoli, immediatamente allertato, che dispose immediatamente accertamenti demandati sia alla Capitaneria di Porto, sia al Comando Militare di Brindisi sia alla squadra mobile di Agrigento.

Secondo quanto scaturito dalle dichiarazione di parte dei profughi – non tutti decisero di denunciare l’accaduto – i marò, artefici dell’illegittima sottrazione, si sarebbero appropriati di una somma pari a 35 mila euro e 26 mila dollari, oltre decine di migliaia di euro in monili – collane, anelli, bracciali ecc. –

Tra le persone presenti sulla nave che avevano preso parte alle operazioni, ne sono stati indagati 8, tra marò e marinai.

I profughi si accorsero della sottrazione, avvenuta nella notte, solo quanto giunsero a Geraci (PA), allorquando i sacchi per la spazzatura dove erano stati stipati i loro beni, e al cui interno avrebbero dovuto trovare anche i più piccoli sacchetti nei quali erano stati riposti i monili, i telefoni ed il denaro, furono rinvenuti squarciati.

Un piccolo profugo, nel corso della notte, sceso dalla tolda per recarsi nel bagno sito nei pressi della prua, dove i sacchi erano stati stipati, vide i soldati rovistare tra i sacchi, ma solo dopo ne parlò con i familiari.

Sentito nel corso dell’incidente di esecuzione tenutosi presso il Tribunale di Agrigento, confermò quanto rappresentato ai suoi familiari, riuscendo ad identificare uno dei responsabili.

 

La sentenza

Il 18 gennaio 2018 la sentenza del Tribunale Militare di Napoli ha dichiarato 3 dei militari indagati responsabili del reato di violata consegna pluriaggravata in concorso, ma constatato il difetto di giurisdizione – i beni sottratti non erano stati “sequestrati”, ma arbitrariamente sottratti – per il marò è stata ordinata la trasmissione degli atti al Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Agrigento, con la contestazione di furto aggravato.

Degli ulteriori imputati – sottufficiali della Marina di stanza sulla nave Chimera ma non marò – 3 sono stati condannati per violata consegna, per non aver impedito la sottrazione dei beni: uno a sei mesi e due a tre mesi di reclusione militare, con beneficio di sospensione condizionale della pena e la non menzione della condanna nel casellario giudiziario! 

FONTE e resto dell’ articolo QUI

 

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