Attentato Iraq: i soldati italiani erano su un pick up non corazzato insieme ai curdi

Emergono nuove realtà circa l’attentato subito dai nostri militari in Iraq. La versione iniziale fornita dalla Difesa è stata smentita da un ufficiale curdo, presente al momento dell’esplosione.

Il militare è stato intervistato  da Fausto Biloslavo, per conto de “Il Giornale”. Le dichiarazioni dell’ambasciatore italiano a SkyTg 24 vengono quindi  categoricamente smentite, i nostri militari non erano a piedi, bensì erano a bordo di un Ford 350 pick up “non corazzato” insieme ad altri 2 soldati curdi, tutti rimasti gravemente feriti.



Il giorno dell’attentato erano stati in missione ed avevano appena finito di smantellare un deposito usato dagli appartenenti  al sedicente stato islamico. Non c’era stato alcuno scontro a fuoco, i terroristi erano fuggiti. Al termine dell’operazione i nostri militari, insieme ai curdi, stavano raggiungendo un avamposto più sicuro dei peshmerga, ma purtroppo sono incappati in un “IED” che è esploso.

Siamo scesi e mi sono reso conto che l’ordigno aveva fatto saltare il veicolo dietro, un Ford 350 (un pick up, nda), che trasportava 5 italiani dei corpi speciali e 2 Peshmerga rimasti tutti feriti». Il racconto al Giornale è del tenente di prima classe Ranj Rizgar Noah. L’ufficiale curdo dell’unità Hezakani Pshtiwany 2 aveva da poco concluso, con una ventina di uomini delle unità d’élite italiane, un’operazione contro l’Isis nell’area di Palkana nell’Irak nord orientale.



L’ufficiale spiega nei dettagli come si sono svolti i fatti, smentendo la versione della Difesa, che da subito aveva sostenuto la “missione di addestramento”con militari  appiedati,  ed aveva negato qualsiasi coinvolgimento alle operazioni combat.

«Ero con gli italiani quel giorno – racconta l’ufficiale curdo a giornalista italiano Biloslavo  – e la nostra unità con l’aiuto delle vostre forze speciali ha condotto, fin dall’inizio dell’anno, operazioni nella zona montagnosa di Palkana .

L’area è utilizzata dall’Isis come rifugio e permette un facile collegamento con le montagne di Harim, dove si trova l’esercito iracheno, la stessa area in cui  prima del 2017, anno della sconfitta, c’era una vera e propria roccaforte dello stato islamico. A detta dell’ufficiale, nell’area sarebbero nascosti un centinaio di terroristi del Daesh.

Il giorno dell’ attentato

Prima dell’alba curdi e italiani hanno lanciato la missione che aveva come obiettivo un deposito dell’Isis, dove venivano confezionate trappole esplosive come quella che ha ferito i nostri soldati. «Noi eravamo davanti e gli italiani dietro, come accade sempre quando facciamo queste operazioni» racconta Rizgar Noah. «C’erano 22 uomini delle vostre forze speciali che partecipavano alla missione e 25 Peshmerga» rivela il tenente. «Abbiamo trovato il deposito dell’Isis sequestrando diverse armi, munizioni e altro materiale. L’operazione è stata un successo e nessuno ha sparato un colpo. I terroristi erano fuggiti prima del nostro arrivo. Non facciamo scattare alcuna operazione senza gli italiani, che sono sempre al nostro fianco e ci appoggiano con la logistica, quando abbiamo dei feriti facendoli evacuare via elicottero» osserva l’ufficiale. E specifica che «quando ci avviciniamo agli obiettivi dell’Isis gli italiani chiamano in supporto due elicotteri da combattimento». Velivoli della coalizione alleata perché i nostri NH 90 di base a Erbil sono poco adatti e impegnati soprattutto nel trasporto dei militari di tutti i Paesi che combattono l’Isis. Continua↓





La missione si è conclusa senza problemi, ma bisognava ripiegare verso un avamposto più sicuro dei Peshmerga. «Dopo l’operazione siamo rientrati verso il villaggio di Qury Cha, dove ho lasciato i 25 Peshmerga nella nostra base – racconta l’ufficiale – Avevamo 4 veicoli, tre Toyota Mickzamini (pure pick up, nda) e un Ford F-350». Gli italiani sono stati recuperati dopo e divisi nei diversi mezzi, civili e non protetti. I corpi speciali in Irak usano spesso, al posto dei blindati, fuoristrada del genere per non dare nell’occhio. «Viaggiavo davanti su uno dei Toyota con cinque militari italiani delle forze speciali. Dietro a noi c’era il Ford-350 con altri cinque e poi il resto della colonna con gli altri due mezzi» racconta Rizgar Noah. A 200 metri dal punto di arrivo, non lontano dall’avamposto curdo, è scoppiato l’Ied. «Non so dire se era specificatamente per noi, ma i terroristi si sono resi conto dell’operazione e hanno visto i veicoli che si erano mossi prima sulla stessa strada – conclude il tenente – Non c’è dubbio che era una bomba dell’Isis».

Gli italiani ora sono  ricoverati nell’ ospedale militare del Celio, a Roma. La procura li sta interrogando. Le loro condizioni sono stabili, ma per tre di loro che hanno perso parte degli  arti inferiori, la riabilitazione sarà molto lunga.


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